Martedì 12 Dicembre 2017
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Giovani Reporter

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Reporter a Teatro: ''Sorelle in agrodolce'' di Francesca Bonacorsi
[ 13-07-2017 ]

Un tavolo e tre sedie. Tre aperture: una finestra su un mondo esterno lontano ma incombente. Tre muri che tengono le protagoniste prigioniere in una gabbia di fili e merletti. E’ minimale la scenografia di Roberto Crea sulla quale si apre il sipario di Sorelle Materassi, lo spettacolo di Geppy Gleijeses, su adattamento di Ugo Chiti, che è adesso in tournée in Italia dopo il debutto agostano al cinquantesimo Festival Teatrale di Borgio Verezzi, in provincia di Savona, e per la prima volta sulla scena cittadina alla Pergola di Firenze.

Visceralmente fiorentina è l’atmosfera che si respira durante tutta la messa in scena, che trapela nei dialoghi, talvolta un po’ troppo spinti, estratti dall’abile penna di Ugo Chiti dal romanzo del futurista fiorentino Aldo Palazzeschi.
Ugo Chiti non è stato l’unico a rimodellare il romanzo del ‘34, già in precedenza Sorelle Materassi era stato portato sul grande schermo, con l’adattamento del 1944, e sul piccolo schermo, con la serie televisiva del ‘72, con Sarah Ferrati e Rina Morelli.
Un vero e proprio taglia e cuci è il lavoro di adattamento che è stato fatto sul testo dove si narra la storia di tre sorelle: due nubili e abili sarte, Teresa e Carolina, fedelmente servite dalla domestica Niobe e una terza, Giselda, che è stata accolta dalle due dopo essere stata respinta dal marito. E’ proprio su Giselda, portata in scena da Marilù Prati, comprimaria nel romanzo, che Chiti pone l’accento, facendo di lei la coprotagonista della messa in scena e un personaggio quasi pirandelliano, demistificatore.
Giselda è infatti l’unica delle quattro donne a comprendere la natura affabulatoria del nipote Remo, figlio di una quarta sorella morta “in Ancona” e preso in affidamento dalle Materassi. Remo, interpretato dal convincente Gabriele Anagni, è un personaggio subdolo ed opportunista, che approfitta della predilezione delle zie nei suoi confronti per soddisfare tutti i propri desideri, fino a sperperare il patrimonio laboriosamente accumulato dalle indefesse sorelle.

Superbe Milena Vukotic e Lucia Poli, rispettivamente nei panni di Carolina e Teresa Materassi, protagoniste del tragicomico dramma familiare. E’ intorno alla femminilità non vissuta delle due sorelle, la sognante Carolina, interpretata con dolcezza dalla Vukotic e la schietta e volitiva Teresa, messa in scena dall’energica Lucia Poli, sorella del grande Paolo Poli, che ruota una messa in scena, dal carattere amaro.

La tragicità, sottolineata dalle musiche malinconiche di Mario Incudini e dalle luci tristi di Luigi Ascione, unita alla comicità allusiva, ma anche diretta, data dal linguaggio talvolta scurrile e molto gergale, sfocia nel grottesco. L’alternanza di musica e silenzio nella scena del ricevimento del matrimonio di Remo con l’americana Peggy, interpretata da Roberta Lucca, dà alla vicenda una drammaticità che implode nella scena dell’addio di Giselda, la quale con le mani stacca la carta da parati da un muro che cade a pezzi, come la loro famiglia spogliata di tutto dal nipote.
Ed è nel momento di massima tensione, quando l’atmosfera di pioggia sottolinea il dramma, che un elemento di significato diventa oggetto di comicità.

La scena del matrimonio di Remo con Peggy è amara, piena di incomprensioni, che mette in evidenza la femminilità negata e spesso repressa delle protagoniste, al contrario di Giselda e Niobe, che infatti non si mostrano scioccate dal matrimonio dell’ormai cresciuto Remo e abbracciano l’idea di un passato andato perduto per sempre. L’episodio è contrapposto al successivo ritorno in macchina delle due sorelle, accompagnate dal nipote: la scenografia quasi scompare facendosi buia, illuminata soltanto dai fari dell’automobile. Viene fuori l’istinto alla vita di Carolina e Teresa, incontro alla quale vogliono correre, ma la loro è una vita di reclusione, confinata in una prigionia di fili. Il loro mondo è chiuso, reso tale dalla scenografia unica nel resto della rappresentazione che le protegge dal fuoristante mondo di mostri, di cui l’albero contorto e minaccioso all’esterno della finestra è immagine, il limite ultimo della prigionia del loro animo.

Gli essenziali costumi di tutti i personaggi, ideati da Ilaria Salgarella, Clara Gonzales e Liz Ccahua, che offrono sprazzi di vivacità. Vivacità incarnata da Niobe e Palle, entrambi portavoce di una comicità rozza e caratterizzati da un linguaggio fiorentino spurio, non privo di gergalismi come la battuta: “Un m’importa una sega” pronunciata dal fedele amico di Remo.

Tante le risate anche a scena aperta, indice di gradimento di una messa in scena schietta e diretta. Tanti anche gli applausi che accompagnano l’uscita di scena delle protagoniste della convincente pièces dal finale agrodolce.

Francesca Bonacorsi

Francesca Bonacorsi con questo articolo ha partecipato al concorso "Reporter a Teatro" indetto dal Portalegiovani del Comune di Firenze e dalla Fondazione Teatro della Toscana.

 

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