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mercoledì 22 maggio 2019

''Unity in Diversity'': cultura e arte, chiave per una società più unità e pacifica

09-11-2015
"Non si crea la pace con pallottole e bombardamenti: la si crea tramite la cultura, l'arte, il teatro, la voce di un cantante, le belle parole di uno scrittore": il senso dei quattro giorni di Unity in Diversity si potrebbe riassumere così, nel pensiero condiviso da Shirin Ebadi, prima donna musulmana ad aver ricevuto un premio Nobel per la Pace nel 2003.

Un pensiero che ha attraversato e unito tutti i lavori del Summit mondiale sulla pace che si è svolto qui, a Firenze, nella magnificenza del Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Per quattro giorni si sono incontrati sindaci e delegati provenienti da ogni parte del mondo, in particolare dai Paesi interessati da sanguinosi conflitti, dure lotte intestine, da tensioni politiche e religiose che sembrano non conoscere fine. Non solo amministratori, ma anche premi Nobel come la Ebadi, rappresentanti delle arti e della cultura, giornalisti e fotoreporter che hanno il dovere e la responsabilità di raccontare il mondo, con sguardo onesto.
Tutti qui, per provare a rispondere alle domande centrali di Unity in Diversity: può la cultura essere la chiave giusta per avere una società più coesa e pacifica? Può l’arte unire i popoli nelle diversità?
Per discuterne e trovare una risposta, non poteva esserci luogo migliore del Salone dei Cinquecento, tra gli affreschi del Vasari, splendide statue cinquecentesche e le due mappe del mondo firmate Alighiero Boetti, qui temporalmente esposte, che evocano l’idea di unione tra i popoli.
Anche noi di Portalegiovani abbiamo voluto esserci: abbiamo voluto ascoltare chi ha dato un contributo alla costruzione di una società più pacifica e solida, chi vive i conflitti ogni giorno, chi è stato perseguitato per aver difeso la libertà di espressione, chi ha lottato coraggiosamente contro le dittature e chi ha provato a cambiare il mondo impugnando una sola arma, la cultura.
Proprio come espresso dalle parole di Shirin Ebadi, durante la seconda giornata del forum mondiale, una donna tenace e coraggiosa, che crede fermamente nella "non violenza" ed è stata insignita del Nobel grazie al suo impegno nella difesa dei diritti umani e della democrazia.
Il suo intervento a Firenze è iniziato parlando della sua terra, dell’Iran, ricordando lo stretto rapporto che la unisce alla nostra città: "L’ultima volta che sono stata a Firenze era il 2009, anno di elezioni presidenziali importanti e scandalose per l’Iran. Il popolo non era d’accordo con i risultati e milioni di persone scesero in piazza per protestare, ma molte rimasero uccise o vennero arrestate – ha ricordato, proseguendo – La città di Firenze in segno di solidarietà espose un drappo verde da Palazzo Vecchio: il popolo iraniano ricorda ancora questo gesto e non lo dimenticherà mai".
Con il nuovo presidente si era paventata inizialmente l’idea che le cose potessero migliorare, ma la situazione dei diritti umani è rimasta invariata: "Ogni 7 minuti viene giustiziata una persona, molte persone incarcerate non sono mai state liberate e secondo Reporter senza Frontiere l’Iran è il più grande carcere di giornalisti nel mondo". Dati e parole allarmanti, che pretendono una riflessione, una riflessione collettiva che non può prescindere dall’incubo del terrorismo e in particolare dell’Isis, descritto dalla Ebadi come “un microbo che sta crescendo giorno dopo giorno”. Come fermare questo microbo, nella sua devastante avanzata? Shirin Ebadi non ha dubbi: “Mi meraviglio di come il mondo non impari dalle lezioni del passato, dalle esperienze sbagliate: dopo l’11 settembre c’è stata una guerra per distruggere i talebani, che però non si sono estinti, anzi, sono diventati più forti e Isis stesso è figlio dei talebani. La soluzione non è ucciderli – e ha proseguito, con un appello – L’Isis non è solo un gruppo terroristico, ma un’ideologia sbagliata che va combattuta ed estinta con quella corretta. Invece delle bombe, buttate dei libri sulle loro teste”.

L’educazione, quindi, è la sola risposta di Shirin Ebadi per una società più solida e lo è anche per un altro importante ospite della seconda giornata di Unity in Diversity, ovvero l’eclettico Tim Robbins: attore, regista, sceneggiatore e musicista, a Firenze ha mostrato un’altra pelle, quella di uomo impegnato nel sociale. Ci ha presentato il suo progetto di commedia dell’arte nelle prigioni, dimostrando l’importanza di riabilitare i detenuti attraverso la cultura: “Quando nel 1995 stavo lavorando a “Dead man walking”, lessi un libro illuminante che diceva: ‘Ogni uomo vale molto di più del suo peggior errore’”. Questo è stato il punto di partenza per il progetto di Robbins, programma riconosciuto su scala nazionale e che attualmente coinvolge sei prigioni di Stato: un vero e proprio processo di riabilitazione dove i detenuti, recitando e interagendo tra loro, possono sperimentare l’intera gamma di emozioni umane, guardare in fondo a se stessi, restituire valore alle proprie vite e ai propri destini, fuori dal carcere. “Ho fin da subito trovato empatia con i detenuti: nel nostro immaginario vengono visti come rifiuto sociale, c’è poca compassione, ma tutti abbiamo fatto errori nella vita – ha detto Robbins – 7 persone su 10 uscite dal carcere, entro un anno ricommettono un reato e vengono nuovamente arrestati. Questo è un problema sociale”. Un problema che Robbins ha voluto affrontare attraverso l’arte, il teatro: “Volevamo lavorare nelle prigioni, fare gruppi di lavoro di 8 settimane. L’impegno era altamente fisico, chiedevamo loro l’espressione di tutte le emozioni e così abbiamo potuto trasformare la vita nelle carceri”. A dimostrare il cambiamento avvenuto sono le stesse testimonianze dei detenuti, in un video trasmesso nel corso dell’intervento: questi uomini affermano di sentirsi "straordinari", a proprio agio, grati di poter imparare a vivere le emozioni sentendosi "liberi più di prima". Ecco cos'è l'arte: "Non un lusso o una frivolezza, ma una necessità per avere una società sana. È fondamentale per la disciplina, per formare lo spirito umano, l’empatia, la sensibilità, la comprensione. L’arte apre i cuori, ci apre all’amore”. 

A far sentire alta la sua voce a favore dei diritti umani e del ruolo importante della cultura è stato un altro premio Nobel presente a Unity in Diversity: la politica e attivista yemenita Tawakkul Karman, leader del movimento "Giornaliste senza catene" fondato per difendere la libertà di pensiero e d'espressione e che nel 2011 ha ricevuto il Nobel per la Pace insieme alle liberiane Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee per la loro battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare all'opera di costruzione della pace: "La cultura è importante per raggiungere la pace e lo sviluppo, è un indicatore fondamentale della vita pubblica di qualunque popolo nel mondo. Ci sono molti modi per definirla e quello al quale sono più affezionata è "la cultura è il modo in cui vivono le persone". Numerosi, però, sono i conflitti culturali nel mondo, tra tutti quello tra Occidente e Oriente (in particolare i Paesi Arabi), di fronte ai quali la sua opinione è chiara: "Quello che dobbiamo fare, è lavorare per accettarci reciprocamente, dobbiamo sapere che l’unità sta nella diversità. La diversità è simbolo di vittoria e i sindaci sono protagonisti in questo processo. Non c’è mai una cultura superiore ad un'altra".
L'unità sta nella diversità: è questo il pensiero di Tawakkul Karman che riprende il titolo dello stesso Summit. Un monito che prende forza nel suo temperamento, nel fervore della sua voce e nella fermezza del suo sguardo volto ai sindaci di tutto il mondo: "Se vogliamo raggiungere la democrazia, ci deve essere un'assoluta libertà d'espressione. Per questo in Yemen la gente lotta attraverso tutte le forme, come il canto, la pittura o la scrittura, sacrificando la vita per affermare la propria libertà". I regimi, però, soffocano e negano i diritti delle persone, monopolizzano i media e l'informazione perché "hanno paura della voce del popolo"; per questo il suo appello finale è forte e lancia un importante auspicio per il futuro di tutti: "Non è questo il XXI secolo che vogliamo: questo deve essere il secolo della pace, dell'amore, dei cittadini globali. Questo deve essere il mondo delle persone e le persone hanno bisogno di conoscenza, altrimenti si perderà la dignità. Tutti i piccoli villaggi del mondo devono diventare un’unica grande famiglia".

di Alessandra Toni