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sabato 16 novembre 2019

Anteprima fiorentina per ''Pugno di Gesù'' con Carlo Monni

10-10-2006
Girato in digitale, e si vede, anche se non è certo il difetto che si nota di più del “Pugno di Gesù” del regista Stefan Jager. Ventidue i giorni di lavorazione per questa produzione svizzera a Villa Caruso di Lastra a Signa. La storia fa un po’ acqua, ma anche Woody Allen o l’ultimo Almodovar ci hanno abituato a situazioni da pompieri, e non si capisce dove si voglia arrivare. Si intendeva parlare della pazzia pirandelliana, chi è matto, chi sta dentro o chi sta fuori, riprendere la vergognosa parentesi dei manicomi, oppure più in profondità scavare sulla psicologia di un padre impazzito dopo aver perso l’unico amato figlio? Pane e sensi di colpa. Ognuno ha le sue pene da espiare. Il nostro Gesù, un po’ Troisi, non è che assomigli tanto all’iconografia classica, è un pugile perdi giorno, generato dalla signora Maria e da padre ignoto, si dirà più avanti un prete. Il cast per i fiorentini ed i toscani è d’eccezione. Purtroppo la sceneggiatura non è equilibrata. Sulla scena soltanto Giovanni il Battista, un Carlo Monni osannato alla prima all’Alfieri come una rock star, che recita a torso nudo come un calciante del calcio storico, “Non ho una gran silhouette” confessa, ed appunto il Figlio di Dio, il siculo-tedesco Claudio Caiolo che per prepararsi al ruolo ha fatto un mese di palestra di pugilato con il campione locale Ilir Mustafà, inquadrato nelle riprese iniziali, e quindici giorni di ritiro spirituale ad Assisi. Non servivano per un film che oscilla, pericolosamente, tra il comico ed “Il Codice da Vinci”, tra la psicanalisi da tre soldi brechtiana e la denuncia sociale beppegrillesca. Visioni oniriche con sprazzi di Rocky, la partita di pallone alla Mediterraneo, la sorella del direttore che si affaccia alla finestra come la mamma di Psycho. Il ricco cast di attori nostrani finisce schiacciato e compresso, i volti si perdono nel silenzio. Ognuno recita con il proprio nome. Bobo Rondelli, Ottavo Padiglione ed attualmente in auge con “Cioni Mario”, strimpella una chitarruccia, abbozza la parodia di Mastroianni e poi nulla più, Andrea Cambi, da Vernice Fresca e ritornato sulla scena proprio con Rondelli quest’estate ad Armunia con “Farsa”, Pino Gazzo e Ivan Periccioli campioni d’ascolto con “La vida loca” di Alessandro Capasso, Sergio Forconi, lo storico “babbo” di Pieraccioni e Ceccherini e padrone di casa al Teatro di via Fanfani, Taddei, Salvador e Terreni fanno parte della compagnia scandiccese Gogmagog, Alessio Venturini è uno degli attori migliori dell’Arca Azzurra di Ugo Chiti. Insomma i numeri c’erano. Sarà uno spettacolo teatrale, il teatro nel teatro che in fondo è la vita stessa, a risolvere o redimere, prima della “Fuga per la vittoria” (il furgoncino ha attaccato dietro l’adesivo del M.A.T. Movimento Autonomo Toscano con il simbolo del Granducato!) in un finale dove un Gesù in croce che tenta il suicidio, salvato per giunta da Giuda, saluta tutti mano nella mano con Maria Maddalena, l’Orso d’Argento a Berlino Bibiana Beglau, forse Dan Brown aveva ragione?, cantando un “Bella Ciao” rivisitato. Un minestrone tra sacro e profano, chiesa e partigiani, apostoli e Marx.

di Tommaso Chimenti