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venerdì 22 novembre 2019

''48 ore a Novi Ligure'' allo Stensen di Firenze

16-11-2006
I media non hanno dubbi: sono stati loro. Gli immigrati. Gli albanesi o i marocchini. Ma forse sono stati "quelli che vengono dall’Est". Chi può uccidere in modo così efferato? Sono stati tutti tranne i veri colpevoli: Erika e Omar. Un clamorososo errore di obiettività giornalistica? Un interoggativo che troverà risposta giovedì 16 novembre allo Stensen di Firenze nell’ambito della rassegna "Etica dell'informazione giornalistica". Alle 21 è in programma la proiezione (in anteprima toscana) del documentario "Sono stati loro" di Guido Chiesa. A seguire, dibattito con la giornalista fiorentina Gabriella Simoni che, partendo dai drammatici fatti di Novi Ligure, parlerà di "pregiudizio" e del "controllo delle fonti giornalistiche". Il documentario di Chiesa racconta le 48 ore dopo quel 21 febbraio 2001 quando la vita di Novi Ligure, tranquilla cittadina della provincia piemontese, cambiò drammaticamente. In una villetta della periferia vengono trucidati a coltellate Susy Cassini, 45 anni, e suo figlio Gianluca, 12. L'unica sopravvissuta al massacro è Erika, la figlia 16enne di Susy e Francesco De Nardo, direttore di un noto stabilimento dolciario. La ragazza indica agli inquirenti la pista da seguire: ladri, probabilmente di origine slava. A partire da quella sera, e per le 48 ore successive, su tutti giornali, nelle trasmissioni radio-televisive, l'informazione italiana gronda di dettagli macabri sul duplice omicidio, sulla delinquenza che assedia Novi e la provincia. Nel calderone finisce di tutto: la questione degli immigrati clandestini, l'inefficacia delle pene carcerarie, la carenza di organico delle forze dell'ordine, le piaghe della prostituzione e della droga, fino alla pena di morte. Nel paese si avverte una vera e propria ondata di panico. Per 48 ore in tutte le case italiane non si parla d'altro. Novi Ligure diventa il centro del Paese. Poi, la sera del 23 febbraio, l'annuncio choc: gli assassini sono Erika e il suo ragazzo, Omar. Ma di questo il documentario non parlerà.