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lunedì 11 novembre 2019

''Il santo che annusava i treni'' di Lorenzo Beccati

13-06-2005
Il facchino "prodigioso" di una stazione nell'entroterra ligure degli Anni Cinquanta dove Lorenzo Beccati ambienta il suo secondo romanzo, "Il santo che annusava i treni", edito da Kowalski. L'autore (una delle firme di "Striscia la Notizia") crea il personaggio di Agennore in punta di penna, mettendo in evidenza come la presenza di un "santo" possa mandare a carte e quarantotto la vita di un paese, soprattutto per chi i prodigi avvengono ben distanti da sagrati e, appunto, dalla perfezione in senso stretto. Nei panni malconci del "santo" non ci sta il timorato di Dio o il miracolato di turno bensì un facchino bollato da piccolo dal prete di campagna come posseduto per chi, crogiuolo di tic nervosi, "sputazzava e proferiva parole sconce anche durante la messa". Preciso sul lavoro, onesto con il prossimo e rispettoso della moglie il facchino spesso e volentieri dovrebbe venir preso come esempio di rettitudine dai suoi compaesani, capaci solo di fermarsi alla forma, a quell'uomo un po' matto sin dal primo giorno che ha messo piede sulla terra. Madre natura assegna ad Agennore un naso sproposito e lui lo abitua a captare il tipo di convoglio in arrivo. Oltre al naso il facchino ha anche un cuore grande così. Naso, cuore e sensibilità sono gli ingredienti dei suoi prodigi sulla banchina, scoperti un giorno per caso quando rifila a un certo Mario T., malato terminale di tumore, la valigia di un altro. All'interno vi sono infatti gli stessi abiti del viaggiatore ma di quatto taglie più piccoli. L'uomo si mette a dieta per entrarvi e dopo tre mesi il brutto male scompare. Miracolosamente. La voce si sparge di paese in paese e presto si crea un andirivieni da metropoli. Arrivano in migliaia attratti da quel facchino prodigioso.