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domenica 17 novembre 2019

''La leggenda di Redenta Tiria'' di Salvatore Niffoi al Teatro Everest

29-04-2010
Giovedì 29 e venerdì 30 aprile al Teatro Everest di Firenze sarà in scena lo spettacolo "La leggenda di Redenta Tiria" di Salvatore Niffoi per la regia di Corrado d'Elia. Abacrasta non si trova in nessuna enciclopedia o carta geografica. Abacrasta è un paese (immaginario, ma verosimile) situato nella terra avara e rocciosa nel cuore della Barbagia. Abacrasta è meglio noto tra i paesi del circondario come «il paese delle cinghie»: molti fra coloro che vi abitano ad un certo punto della loro esistenza sentono il richiamo della Voce, e corrono ad impiccarsi. Legano al collo la cinghia e dicono addio alla vita: «nelle tanche di Abacrasta non c’è albero che non sia diventato una croce». È una Voce beffarda e autoritaria, dice solo «Ajò! Preparati, che il tuo tempo è scaduto», e porta via con sé uomini e donne, destini diversi che seguono il suo richiamo incantatorio. Finché un giorno non arriva Redenta Tiria, «una femmina cieca, con i capelli lucidi come ali di corvo e i piedi scalzi», ed i suicidi cessano. «Sono la figlia del sole e sono venuta per portare la luce nel paese delle ombre», dice a Michele Isoppe appena chiamato dalla Voce. E poi a Serafina Vuddi Vuddi, puttana redenta ma osteggiata dai compaesani, a Zirolamu Listinchinu, primo “istudiato” della sua famiglia e medico dei matti, infine al narratore stesso, Battista Graminzone, pensionato, una volta ufficiale dello Stato civile, animato dal sogno di scrivere un libro sugli abitanti di Abacrasta chiamati dalla Voce, sui suoi compaesani, «una genia di gente inquieta, con le radici attaccate al passato e la testa buttata in avanti ad annusare il futuro». Si tratta di una lingua “ibridata”, che si fonda sulla commistione di italiano e “limba”. Ma il risultato non è uno sterile esercizio di stile, con intarsi di parole e modi di dire sardi nel tessuto connettivo della lingua di Dante. Non è un “taglia e incolla” faticato e artificiale, ma un flusso che si dispiega con naturalezza, con un accento forte e riconoscibile. È un registro linguistico che persuade e avvince, capace di esprimere le tensioni di una terra ma anche di parlare ad un pubblico vasto, si sarebbe tentati di dire universale. Segue una musica che sa di terra e di semplicità, di quella semplicità che è degli umili e dei dimenticati, ma il cui suono cerca di penetrare nel profondo mistero della vita e della morte. È una voce autentica. Le storie narrate richiamano quel timbro, quell’accento, ed è proprio l’accento a dare incisività e spessore alla narrazione. I personaggi e le loro storie, senza quella prosa che è loro naturale, sarebbero semplicemente false, o forse solo meno vere. Si diceva del mistero: perché è difficile non scorgere un senso quasi religioso nella figura di Redenta Tiria. Redenta, redenzione: ma non in senso ultramondano, giacché insegna che l’unico riscatto possibile è nella vita stessa, nella «vita ritrovata», nella speranza, nel «tagliare la lingua alla Voce». È una “religione” della vita, quella che emerge in filigrana di questa favola cruda e bellissima. Per informazioni: www.teatroeverest.it