Lavoratrici di call center che temono di essere remotizzate a vita. Lavoratrici bancarie che non hanno retto la traduzione su excel di ogni minima pratica lavorativa ("per me è stato davvero troppo difficile e ho avuto problemi fisici: ho smesso di dormire, ho perso il senso del tempo, lavoravo oltre l'orario per cercare di capirci qualcosa, ma più ci stavo peggio era"). Insegnanti che hanno lavorato ben oltre l'orario di lavoro per mantenere vivo il legame con gli studenti. Lavoratrici vittime di depressione che ricorrono a psicofarmaci. Ma anche: lavoratrici del pubblico che si sono impegnate per capire come recuperare il ritardo della pubblica amministrazione nell'opera di digitalizzazione; consulenti dei servizi che hanno proposti nuovi schemi di lavoro di sportello; sindacaliste preoccupate che le donne perdano i guadagni acquisiti in termini di autonomia e libertà, con il ritorno a una forma di lavoro che porta ad occupare un nuovo margine, quello della casa. Sono solo alcune delle storie dello studio "Lavorare da casa durante la pandemia. Donne e smart working in Toscana. Uno sguardo in soggettiva", realizzato da Ires Toscana (il centro studi della Cgil regionale). Ne esce un insieme di rischi e opportunità, con un'esigenza improrogabile: lo smart working deve essere oggetto di contrattazione regolamentata tra sindacato e imprese. Insomma: rischi di stress, di più lavoro e non pagato. Ma anche opportunità: acquisizione di nuove competenze, possibilità di spalmare la pressione lavorativa.