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sabato 23 marzo 2019

Little Steven all'Hard Rock Café Firenze: la musica, il rapporto con i giovani e il rinascimento del rock

04-07-2017
Bandana e camicia sgargiante d'ordinanza, fisicità che tradisce le note origini italiane e uno sguardo affamato di dimostrare che non è solo il chitarrista storico e spalla destra di Bruce Springsteen nella E Street Band. Lui è molto di più.

Steven Van Zandt, per tutti Little Steven, è tornato dopo quasi 20 anni dall'ultimo album solista "Born again savage" con il suo nuovo progetto, "Soulfire": un lavoro dalla genesi particolare, nato dalla partecipazione nel 2016 al BluesFest di Londra dove per l’occasione aveva riunito i Disciples of Soul fondati negli anni '80, proponendo uno spaccato della storia del soul rock attraverso suoi pezzi scritti dagli anni '70 ad oggi e riarrangiati, altri co-scritti con amici come Springsteen o ripescati dai repertori di grandi artisti soul quali James Brown e Etta James.

Il risultato, su quel palco londinese, fu talmente entusiasmante e ben riuscito che Stevie non poteva che fare una cosa: entrare in uno studio di registrazione e ricavarne l’album del ritorno, "Soulfire", che stasera presenterà al pubblico italiano in occasione del Pistoia Blues Festival con un'eccezionale formazione di ben 15 elementi.
Prima, però, Stevie ha fatto tappa nel capoluogo toscano, all'Hard Rock Cafè Firenze, dove si è presentato in una delle sue innumerevoli vesti artistiche: non quelle di chitarrista, di autore, di produttore o di attore in serie tv come "I Soprano", ma in quelle di dj, per far conoscere anche al pubblico italiano il programma radiofonico "Underground Garage" condotto negli States da ben 15 anni e che ogni settimana accompagna gli ascoltatori in un viaggio nel nome del rock' n' roll dagli anni '50 fino ad oggi. Per capire l’essenza dello show, come da lui stesso dichiarato, una scaletta di "Underground Garage" può comprendere "le band che hanno influenzato i Ramones, le band influenzate dai Ramones e i Ramones".

Tra un disco rock, uno doowop e uno twist, suonati per un Hard Rock Cafè gremito di fan con indosso magliette di vecchi tour dell’E Street Band o con in mano vinili della sua carriera solista, Little Steven ha potuto scambiare due chiacchiere con fan e giornalisti raccontando dell'ultimo lavoro e dei suoi futuri progetti. 

Stevie, possiamo definire "Soulfire" non come il semplice ritorno da frontman: è una sorta di dichiarazione di te stesso, è un ritorno alle tue origini dopo tutto ciò che hai realizzato negli ultimi 20 anni in vari campi. Hai dichiarato, infatti, che questo album è la risposta alla domanda "Who am I really?". Quindi Stevie, chi sei veramente? Come ti hanno cambiato questi anni e cosa vuoi trasmettere con "Soulfire"?

In Soulfire ci sono io come musicista. In passato, infatti, la politica era sempre al primo posto: i testi e gli argomenti di cui trattavo erano la cosa più importante, la musica veniva dopo. Oggi sono diverso e per la prima volta è la musica ad essere centrale. È stato bello poterlo fare dopo tutti questi anni: quando iniziai negli anni ‘80 (Van Zandt lasciò l’E Street Band nel 1984 per dedicarsi non solo alla carriera solista, ma all’attivismo politico, ndr), nessun artista faceva politica attraverso la sua musica, io allora ero l’unico a farlo. Oggi invece tutti si sono politicizzati, è diventato un’ovvietà. L’ho ritenuta quindi una buona occasione per lasciare la politica e parlare solo ed esclusivamente di musica. Chissà cosa accadrà in futuro, magari un giorno tornerò a trattare di temi politici, ma questo era il momento buono per una separazione dal passato: questo è il ritorno alle mie radici. E lo si vede dal fatto che è la prima volta che un mio album contiene blues, doowop o influenze cinematografiche per me importanti come Morricone. Questo sono io ed è bello poterlo mostrare a tutti. 

Guardando ciò che hai realizzato negli ultimi 20 anni, si può individuare un filo comune: l’impegno nel mantenere viva la storia del rock e nell'educare i giovani. Lo si può vedere con il tuo show “Underground Garage”, ma soprattutto con il lavoro della “Rock and Roll Forever Foundation” (organizzazione no profit nata nel 2007 che mette a disposizione delle scuole americane e di tutto il mondo, come ci ha precisato Stevie, moduli di lezioni gratuite interdisciplinari che ripercorrono la storia degli Usa attraverso la musica, ndr). Tu hai dichiarato che il rock è morto, ma non pensi che attraverso l’educazione e la conoscenza del passato si possa sperare in un nuovo Rinascimento musicale?

Sì, l’era del rock è durata trent’anni, dal 1965 al 1994. Ora siamo tornati all’era del pop che ha una diversa sensibilità, una diversa cultura. Il rock' n' roll appartiene a una sorta di culto, anzi, è stato curioso che per 30 anni sia stato un fenomeno di massa, non ho mai pensato fosse quella la sua natura! (ride, ndr). L’obiettivo con il mio lavoro è far sì che questo culto sia vivo: non deve essere un qualcosa da andare a scoprire in un museo, ma da vivere e suonare in luoghi come questo. I giovani infatti non hanno più posti dove esibirsi, perciò sto coinvolgendo proprio i locali dell'Hard Rock Café in un circuito musicale dove le band possano suonare dal vivo. Si può partire da 40/50 città, sarebbe già un buon punto di partenza. Ecco, voglio combinare queste tre cose: il network live, il mio show radiofonico che finora ha ospitato più di 700 nuove band e un nuovo programma televisivo su cui sto lavorando e dove ci saranno nuovi gruppi, gente che tornerà a ballare il rock' n' roll in tv dopo tanti anni. Voglio creare questo triangolo di sinergia perché si torni a vivere davvero il rock. Ci dobbiamo lavorare duramente, ma sono ottimista.

L’appuntamento con Stevie Van Zandt e i suoi Disciples of Soul è per stasera al Pistoia Blues Festival: il nostro consiglio è di non perderlo assolutamente, perché non si tratterà di un semplice concerto, ma di un appuntamento con una vera lezione di storia del rock. Da vivere e portare a casa.

di Alessandra Toni