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domenica 26 maggio 2019

Deep Purple: Hard Rock Heroes

10-11-2015

Invecchiati, appesantiti, per la critica più snob addirittura patetici. Eppure per i fans di mezzo mondo sono ancora dei miti, per non dire dei veri e propri eroi del rock: i Deep Purple.
La storica formazione inglese, attiva da quasi 50 anni (solo i Rolling Stones, tra le band ancora "sul pezzo", hanno una longevità maggiore), sta affrontando dal 2013 un incredibile tour mondiale, il "Now What?!", che propone gli inediti dell'album omonimo alternati ai vecchi successi. Nella tappa italiana di autunno 2015 i Purple hanno omaggiato anche il pubblico fiorentino con il concerto al Mandela Forum.

Era tanta la curiosità nel vedere dal vivo delle autentiche leggende, la band che per anni, ed è cosa certificata dal Guinness dei primati, ha detenuto il titolo di "più rumorosa" del pianeta.
Certo, il rock per alcuni è immortale (concordo in pieno!), ma i suoi interpreti no, e quindi la domanda di molti fans era: saranno all'altezza della loro fama? Riusciranno a tenere in mano uno spettacolo di due ore?
I Deep Purple e in particolare il grande Ian Gillan, il cantante-spilungone modello per generazioni di rockettari, già ai tempi d'oro non erano molto mobili sul palco, almeno non come i coevi Mick Jagger o Robert Plant.
In compenso stravolgevano la platea con performances incendiarie (e non a caso, visto la tale canzone che li ha resi celeberrimi...ma ci arriveremo tra un po'), con gli acuti del suddetto Gillan a toccare vette inimmaginabili per i colleghi (paragonabili, in decibel, a sirene della contraerea!) e le cavalcate sonore del duo Lord-Blackmore a fare il resto.
Ma si parla di almeno una trentina d'anni fa, Gillan ad agosto ha fatto 70 primavere, e complice anche i numerosi bicchieri di troppo del periodo superstar l'ugola non può più competere con lo splendore del passato.
Eppoi le due gravi dipartite, Ritchie Blackmore e Jon Lord, i "musicisti classici" fondatori del gruppo e tra i padri dell'heavy metal: il primo, autore di alcuni dei più memorabili riffs della storia con la sua sei corde, da anni non ne vuol più sapere e si dedica a tutt'altri progetti; Lord, al quale si deve la geniale intuizione di collegare l'organo Hammond agli amplificatori per le chitarre elettriche, ci ha purtroppo lasciati nel 2012.

Insomma, il numeroso pubblico del Mandela Forum sembrava esserci più per fedeltà che per convinzione, invece...invece i vecchi rockers hanno ribaltato dubbi e incertezze con una prova da urlo, l'ennesima di una lunghissima serie iniziata nel 1968. Hanno coinvolto tutti, dai coetanei ai loro nipoti (perché c'era pure una nutrita schiera di giovani e giovanissimi) nell'esibizione dei loro successi.
Quando le luci iniziano ad accendersi partono le prime note, inconfondibili, di "Highway star", una delle cavalcate più famose della band: inizia l'Hammond occupato ora da Don Airey (ex Black Sabbath, Ozzy Osbourne), entrano poi in scena Ian Paice alla batteria, Roger Glover al basso, poi è il turno di Steve Morse alla chitarra e per finire appare il vecchio leone Gillan.
Highway star ha una carica adrenalinica incredibile ancora oggi, ho cercato di immaginare cosa potesse essere nel 1972, quando iniziò a essere eseguita sui palchi di un mondo immerso nell'etereo Progressive: un autentico tornado.
Dopo una scossa tellurica del genere, peraltro a sorpresa perché la scaletta prevedeva altro, a noi fans è parso immediatamente di tornare tra gente di famiglia, la grande famiglia allargata del rock.
Classici come "Hard lovin' man" o "Strange kind of woman" spiegano come mai, ad esempio, Steve Morse è da sempre chiamato "il virtuoso": la sua sagoma appare di continuo nel maxi schermo alle spalle della band, Stevie contraccambia con numeri di alta scuola passando da un suono pesante, molto metal, a uno delicato che riprende le melodie del violoncello.
Gillan si muove poco, sparisce spesso durante gli assoli musicali per conservare le energie, ma il timbro vocale rimane inconfondibile. Fanno capolino le canzoni dell'ultimo album, il primo senza Lord, e si sente la firma di Airey: uno stile a metà tra quello tradizionale, a volte baroccheggiante, dei vecchi Purple e quello più leggero, ma orecchiabile, del metal americano anni '80-'90.

C'è spazio per tutti, del resto la band fu una delle prime a dedicare i "solos" durante i concerti a tutti i suoi membri. Tutti aspettiamo "The mule" e annesse cannonate alle pelli di Ian Paice e non veniamo delusi: anche in questo caso si va per i 70, ma il vecchio batterista, l'unico reduce del trio fondatore, ci dà dentro che a un tratto pare di essere sotto un bombardamento aereo! Arriva poi il solo alle tastiere di Airey, il quale omaggia le nostri origini accennando alla melodia di "Nessun dorma" ed esalta i presenti; pretesto per arrivare all'attacco di "Perfect strangers", title-track dell'album che nel 1984 riportò alla ribalta il gruppo dopo quasi 10 anni di stop (altra grande prova di Gillan, tra parentesi).
Quando i nostri guidano la marcia di "Space truckin'" sappiamo tutti che siamo all'ora X: il pezzo finisce e le luci rimangono su Morse, pochi secondi e parte il riff più celebre della storia del rock. Parlo ovviamente di "Smoke on the water", il pezzo che ha consegnato i Deep Purple alla fama imperitura. Il Mandela ribolle di entusiasmo, Gillan sa che molti sono lì per poter dire di aver sentito dal vivo quella canzone mitica almeno una volta nella vita; il guitar solo viene perciò prolungato per consentire il botta e risposta tra Ian e la folla. Un momento veramente esaltante.
La band saluta, ma per finta, e difatti riappare subito per il gran finale: "Green onions", cover di una vecchia hit; "Hush", altra cover dai “sixties” e primo singolo di successo dei Purple, assai apprezzata pure dai fans fiorentini.
E' il turno quindi del solo di Roger Glover, che incurante degli anni va su e giù per il palco con uno stile che non lo farebbe sfigurare a un raduno Harley-Davidson, beandosi degli osanna del pubblico. I suoi riffs al basso introducono il pezzo di chiusura, un'altra hit memorabile come "Black night", e via altri cinque minuti di potenza e di delirio dei fans.
Con Black night arrivano dunque i saluti, stavolta per davvero, dei Deep Purple, ma la serata è stata l'opposto di una notte buia: una serata grandiosa, illuminata dai raggi di luce dei vecchi leoni d'Oltremanica, veri eroi dell'hard rock.

Leonardo Signoria