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venerdì 20 settembre 2019

''Lavia dice Leopardi'': il Teatro Niccolini riapre nel segno della poesia

31-01-2016
Una sedia. Un leggio. Un Maestro.
Il secondo atto della vita del Niccolini ha inizio così: nell'essenzialità della parola, della poesia, di quella che tutti abbiamo letto, studiato, spesso imparato a memoria. La poesia, è di Giacomo Leopardi. Il Maestro, è Gabriele Lavia. E la serata è di quelle che si ricorderanno a lungo, perché ha riaperto un teatro chiuso da 20 anni e poterlo fare così, con la poesia, investe l'evento di una luminosità ancor più intensa.

A condurci tra le liriche più note del poeta di Recanati, colui che è sempre stato un Maestro del palcoscenico e che al Teatro Niccolini lo diventa per tutti noi recitando Leopardi. Anzi, "dicendo Leopardi", come sottolineato dal titolo dello spettacolo che è tornato a Firenze dopo l'accoglienza trionfale al Bargello. Un'apparente sottigliezza, un dettaglio. E invece, in quel "Lavia DICE Leopardi" sta il senso dell'intero recital. Lavia diventa Leopardi, lo fa proprio, lo incorpora, le liriche si amalgamano alle sue parole che, indistinguibili, diventano un unico fluire compatto. Appena entrato in scena, emozionato per il compito di alzare il sipario del Niccolini per la prima volta, Lavia inizia a giocare con il pubblico: perché è vero, lui stasera è il nostro maestro, ma di quelli che avremmo voluto nelle nostre aule, che riesce a far appassionare tutti alla poesia, addentrandosi al suo interno assieme a noi, per diventarne un tutt'uno. Non si tratterà, quindi, di un'austera, rigida, altera 'lectio magistralis', ma di un costante dialogo con i presenti, un confronto formativo e trascinante.

Come è solito fare un maestro, Lavia ci "interroga" subito su "Il Sabato del Villaggio", dirigendoci scherzosamente nell'intonarla assieme a lui. Tra qualche piccolo intoppo e momento di amnesia, prova superata: il pubblico del Niccolini non si fa trovare impreparato, perché in fondo, come ricorda Lavia, "Il Sabato del Villaggio rappresenta la cantilena della nostra giovinezza". Poi le luci si abbassano, il maestro si accomoda sulla sedia posta sul palcoscenico e ci guida dentro la poesia di Leopardi. Minuziosamente, scompone il quadro di quel sabato pomeriggio in paese dipinto dal poeta e, pennellata dopo pennellata, lo ricrea davanti a noi spiegandone ogni immagine e spingendoci a riflettere, perché come lui stesso ricorda, "la poesia e il teatro non danno risposte: pongono solo domande". Vediamo così la 'donzelletta' prendere forma mentre vien dai campi al tramonto e poi, allargando lo sguardo, scorgiamo la vecchietta che fila nostalgica della giovinezza andata, 'l'aria che imbruna', la campana che suona, le voci dei ragazzi in piazza, il fischiettar dello zappatore e il rumoreggiare che proviene dalla bottega dal falegname, fino alla nota conclusione, summa del pensiero pessimista leopardiano. Dopo l'attraversamento de "Il Sabato del Villaggio", inizia quella è la parte più titanica dell'intera serata, immersiva, magnetica. Una dopo l'altra, senza pausa e senza riprender fiato, Lavia ci riversa le più belle liriche di Leopardi. Ma il Maestro non è solo. Anche noi tratteniamo il respiro con lui, come se venissimo travolti da una lunga serie di ondate. Un fluire possente, energico, avviluppante di parole e immagini alle quali Lavia modella ogni volta intonazione e intensità, restituendoci una prova vigorosa. Una vera e propria corsa che trova sulla sua strada il "Passero Solitario", "La sera del dì di festa", "A Silvia", "Le Ricordanze" e quel "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" dove il pastore (in realtà Leopardi e qui Lavia) guarda verso il cielo interrogando la Luna, per lui depositaria delle leggi imperscrutabili che regolano la vita, sul senso stesso dell'esistenza. Il lungo fluire di parole, poi, pare arrestarsi, come se un mulinello improvvisamente inghiottisse tutto: a farci riemergere dalle acque, la domanda di Lavia al pubblico: "Siete mai stati a Recanati?". Quella domanda sembra distendere l'atmosfera, ci fa riprender fiato, sorridere e lasciarci andare a un applauso. Ma perché proprio quella domanda, quel "Siete mai stati a Recanati"? Perché è lì che stiamo per andare, nell'ultima parte della serata: verso quell’"ermo colle" dal quale il poeta coglieva "L'Infinito" grazie a una siepe posta dinanzi a lui e "che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude". Una siepe altissima e che, come ricorda Lavia, oggi non esiste più, sostituita da un muretto spesso ricoperto di scritte di ogni sorta; una siepe che a Leopardi impedisce la vista dell’orizzonte, aprendogli così 'interminati spazi', 'sovrumani silenzi e profondissima quiete'. È come quando si tira con l'arco, dice Lavia: "solo chiudendo gli occhi si può tendere bene la corda, scoccare la freccia e centrare il bersaglio"; allo stesso modo, solo con lo sguardo ostacolato dalla siepe, al poeta sovviene l'eterno, ne viene investito e può così immaginare, fuggire con la mente e "dolcemente naufragar".

È così che arriviamo a quello che può esser considerato come uno dei momenti più intensi dell'intera serata: le luci si alzano e l'intero Niccolini intona "L'Infinito". Giri lo sguardo verso destra e poi verso sinistra, in alto e in basso, osservi la platea, i palchi e vedi persone di ogni età, bocche che all'unisono recitano quei versi e qualche smartphone che immortala il momento. Perché ciò che stiamo vivendo stasera, venerdì 29 gennaio 2016, non è una scena usuale. E forse, proprio per questo, la nuova vita del Niccolini non poteva aprirsi in modo più beneaugurante. 

di Alessandra Toni