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venerdì 15 novembre 2019

''Quattro buffe storie'': Mauri e Sturno al Niccolini con Pirandello e Cechov

15-03-2016
Si dice che il teatro sia lo "specchio della vita". Come se, una volta apertosi il sipario, assorbisse l'interiorità dello spettatore, ne catturasse le fragilità, le poche virtù e le tante bassezze, per poi restituirle in un'immagine apparentemente deformata e artificiosa, ma intimamente autentica e vera. Questo è il teatro e la compagnia guidata da Glauco Mauri e Roberto Sturno, dal palco del Teatro Niccolini di Firenze, lo ha dimostrato tra comicità, bizzarria e lirismo, puntando lo specchio verso il pubblico e restituendo loro "Quattro buffe storie". E' questo, infatti, il titolo dello spettacolo da loro proposto, con la messa in scena di quattro atti unici scritti da chi, l'animo umano, lo ha messo a nudo, deriso, compatito: da una parte Luigi Pirandello con "Cecè" e "La patente" e dall'altra Anton Cechov con "Domanda di matrimonio" e "Fa male il tabacco".

Quattro storie, quattro esistenze, quattro disamine di una realtà che pare immutata dai tempi vissuti dai due drammaturghi. Il tutto condotto sul filo del grottesco, tra umorismo debordante e più sottile cinismo, tra ritmi incalzanti e toni più lievi, commossi. Ma è in quell'epiteto "buffe", dato alle storie rappresentate, che è racchiusa la forza dello spettacolo. Una comicità, spesso ai limiti dell'assurdo, capace di tirare fendenti precisi e infallibili, colpendo la mediocrità umana, svelandola e portando lo spettatore a riderne. A ridere di se stesso, perché in ognuno dei personaggi rappresentati sul palcoscenico c'è qualcosa di lui. Che possa piacere o meno. Il sipario si apre su Cecè (un irresistibile Sturno): Cecè l'imbroglione, Cecè il viveur, Cecè l'emblema di una società che vive di clientelismi e ingordigia. Un uomo superficiale e senza scrupoli, al quale fa visita il commendator Squatriglia (Mauro Mandolini) per ringraziarlo, con una lauta somma di denaro, di un favore ottenuto grazie alle sue alte conoscenze. Da qui parte un'azione scenica velocissima ed esilarante, che vede l'astuto Cecè escogitare un piano per continuare a imbrogliare Squatriglia e la giovane Nada (Laura Garofoli). La sua frivolezza d'animo però, a inizio atto, sembra quasi in contrasto con un dubbio da lui esposto e molto caro all'autore, anticipando quell'"Uno, nessuno, centomila" che verrà pubblicato qualche anno più tardi: "Non è uno strazio pensare che tu vivi sparpagliato in centomila? In centomila che ti conoscono e che tu non conosci? Ti s'accostano, ti chiamano tutti Cecè; va' a ricordarti come sei per questo e come sei per quell'altro, se uno ti conosce così o ti conosce cosà". E' il pensiero della frammentazione dell'io, tema centrale in molte opere pirandelliane, che nella mente del frivolo Cecè durerà solo qualche istante, ma che al Niccolini basterà attendere il secondo atto per riaffrontarlo. E' la volta infatti della nota novella "La Patente": al centro della scena il giudice D'Andrea (Mandolini) e Chiàrchiaro (un magistrale Glauco Mauri), condannato a trascinare con sè la maschera a lui affibbiatagli di iettatore: un emarginato, "assassinato" dalle dicerie, che attira corna e altri scongiuri al suo passaggio. Lui però non si difende dalle malelingue, ma le fa proprie, intenzionato ad usarle per avere un tornaconto personale. Decide quindi di indossare quella maschera imposta dagli altri (anche letteralmente, presentandosi in una cupa veste da menagramo) e chiede che gli venga riconosciuta la sua professione di iettatore, una patente "con tanto di bollo legale" per poter esigere il pagamento di una tassa. E' questo il suo riscatto sugli altri. L'umorismo si intreccia così al dramma, la rabbiosa e disperata determinazione di Chiarchiaro occupa la scena in un crescendo di intensità e ritmo, fino alla convulsa conclusione: la morte del cardellino del giudice che Chiarchiaro rivendica come effetto del suo potere funesto, solo per poter iniziare ad arricchirsi cavando soldi dalle tasche dei presenti spaventati. Dopo i due atti pirandelliani, è la volta di un altro grande drammaturgo, Anton Cechov: con "Domanda di matrimonio" torna la comicità dirompente e ai limiti dell'assurdo, grazie alla "buffa storia" di Ivan Lomov (altra grande prova di Sturno) che chiede al possidente Stepan Stepanovic (Mandolini) la mano della figlia Natalia (Garofoli). Una domanda di matrimonio tutt'altro semplice da fare: Lomov è un uomo irrequieto, nervoso, imprigionato nei suoi tic, nei suoi acciacchi, nelle sue manie e paure. In primis, quella della solitudine, che lo rende tenero agli occhi dello spettatore. Tra Ivan e Natalia, però, iniziano battibecchi dalle futili motivazioni, si accendono disquisizioni, botte e risposta comicissime, ma che tradiscono i loro sogni vuoti, i loro sterili progetti di vita, rendendo loro impossibile trovare un punto di contatto e disegnando così un farsesco, amaro preludio al rapporto coniugale. Il matrimonio, in tutta la sua valenza negativa, torna anche nel quarto e ultimo atto dello spettacolo, il monologo di "Fa male il tabacco". E' qui che il sorriso si piega in un'espressione di sincera "pietas" verso il protagonista, il vecchio Njuchin, su cui ogni dettaglio ne fa una figura afflitta e poetica: il vecchio e logoro frac, la mesta postura, la modulazione della voce, la gestualità, lo sguardo, tutto grazie all'eccelsa interpretazione intimista e toccante di Mauri. Njuchin è solo sul palcoscenico e si rivolge agli spettatori per tenere una conferenza sui danni provocati dal fumo, voluta fortemente dalla moglie: in realtà, questa conferenza non si terrà mai, perché l'uomo coglierà l'occasione per confessare la sua "vita schifosa, volgare e meschina", che lo "trasforma in un vecchio, penoso stupidone". Un'esistenza frustrata, alle prese con una moglie dispotica della quale confessa di avere paura, dalla quale vorrebbe scappare, correre via, per "fermarsi da qualche parte lontano" e semplicemente dimenticare. Un monologo struggente che sembra voler chiudere un ideale ciclo. Quello costruito dalla ben congegnata macchina teatrale di Mauri, con i suoi ritmi ben sostenuti e un cast di altissimo livello; un cerchio apertosi nel segno della comicità e della frivolezza di Cecè, ma che va a chiudersi con leggerezza, lirismo, malinconia. Dagli eccessi al sommesso, dalla vivacità all'introspezione. Il percorso ideale di un uomo che, atto dopo atto, si spoglia di maschere e bassezze, e rimane nudo. Solo, rassegnato, ma coraggioso. Di mostrarsi per come è.

di Alessandra Toni