Cosa rappresenta oggi il “pane quotidiano” in un’epoca in cui le risorse concrete si intrecciano con economie immateriali e speculative? Cosa rimane del valore della condivisione e in che modo è possibile tornare a definire il rapporto tra individuo, comunità e risorse? A queste domande vuole rispondere Narine Arakelian, artista armena interdisciplinare, con la sua opera “PANE”, dal 15 e fino al 30 maggio 2026 presso la Sala delle Esposizioni dell’Accademia delle Arti del Disegno (Via Ricasoli, 68). Il progetto espositivo, a cura di Inna Khegay, accende una riflessione sul significato del nutrimento nell’epoca contemporanea: il pane di pietra è la perfetta allegoria di un tempo sospeso tra bisogno reale di partecipazione, di condizione minima della vita che richiama forma, memoria e comunità, e l’impossibilità di accedere al cibo per antonomasia per il corpo e l’anima in un mondo che promette altre garanzie di sopravvivenza e dove il pane separa e non sazia. L’opera, grande scultura in tufo rosa proveniente dall’Armenia, terra di antichissima tradizione cristiana che trasforma il pane da alimento essenziale a simbolo stratificato della civiltà umana, è suddivisa in tredici parti pur lasciandone intravedere l’intero e rimanda all’Ultima Cena e alla dimensione rituale dell’Eucaristia. La pietra, spezzata come cibo sacro, diventa sinonimo di sacrificio e ricerca dell’integrità, mentre la sua natura immangiabile si traduce in un manifesto di fede che prescinde la materia e chiede al visitatore di recuperare il senso della frazione del pane, dello scambio simbolico su quello fisico. Questa profondità visiva è sostenuta da un sistema di segni scolpito sulla superficie del pane ispirati alla cultura digitale, pattern riconducibili alla simbologia delle criptovalute, e da citazioni testuali come “to be or not to be”. Elementi che, sottolinea l’artista, “non hanno funzione decorativa ma costruiscono un linguaggio capace di rivelare una frattura contemporanea: Bitcoin nel mio lavoro non è un soggetto in sé. Funziona come segno di un credo in sistemi astratti che promettono sicurezza e libertà, ma restano scollegati dalle condizioni materiali di vita.” Un pane, dunque, che non si può consumare e che, tuttavia, diventa essenza del nostro stare al mondo, opponendo al nuovo, effimero paradigma esistenziale, valori quali tradizione, spiritualità e dimensione conviviale. Un monito che porta con sé l’energia solidificata della pietra armena, facendo prevalere il sacro sul profano, la nascita sulla morte, la semina rispetto alla mietitura. Figura di rilievo della scena artistica internazionale, Narine Arakelian esplora da sempre i temi della giustizia sociale, dell’identità e della memoria culturale attraverso una pratica che spazia dalla scultura all’installazione, dal video alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale. Il suo lavoro rilegge simboli, gesti e archetipi della storia dell’umanità, indagando al tempo stesso le profonde trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche del presente. Così è stato, ad esempio, con la “Rivoluzione di velluto” del 2018 a cui l’artista, nell’ambito della Biennale di Venezia del 2019, dove era già presente al padiglione armeno e a Palazzo Contarini del Bovolo, ha dedicato una performance rumorosa per i canali della città lagunare con pentole e padelle.