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venerdì 23 ottobre 2026

Residenza artistica di Sara Zunino, Elie Chammaa e Joy Nevermind al Chiasso Perduto di Firenze

24-10-2026
Cosa significa abitare un luogo che non coincide, o non coincide più, con quello delle proprie origini? Quanto di ciò che lasciamo continua a definirci e in che modo una nuova città modifica lo sguardo, le abitudini e la percezione di sé? Sono alcune delle domande da cui muove “Open Studio”, progetto che conclude la prima residenza artistica di gruppo del Chiasso Perduto e che sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 apre al pubblico gli spazi di via de’ Coverelli 4R a Firenze con le ricerche di Sara Zunino, Elie Chammaa e Joy Nevermind, a cura di Sandra Miranda Pattin e Francesca Morozzi. 

Tre artisti che oggi vivono e lavorano a Firenze, ma le cui biografie attraversano geografie differenti - la Liguria, il Libano e il Perù - sono stati invitati a confrontarsi con il tema della migrazione, intesa non soltanto come movimento da un territorio a un altro, ma come condizione capace di investire identità, memoria, appartenenza e percezione. Ne sono nati tre interventi autonomi - Oblio, Un pesce fuor d’acqua e LOOP - nei quali Firenze smette di essere semplice scenario per diventare materia stessa della ricerca: una città osservata dalla posizione, talvolta instabile, di chi la abita senza smettere di misurare la distanza tra familiarità ed estraneità. 

Il titolo, “Open Studio”, restituisce anche la natura del progetto: non una mostra nel senso tradizionale, ma l’apertura temporanea al pubblico di un processo di ricerca. Per un solo fine settimana sarà possibile entrare negli ambienti in cui le opere hanno preso forma e avvicinarsi a lavori ancora strettamente legati all’esperienza della residenza, mantenendo visibile il percorso che li ha generati. 

Sara Zunino | oblio
Con oblio, Sara Zunino, nata a Isernia e cresciuta in Liguria, porta la riflessione sul terreno della memoria, delle migrazioni e delle forme di invisibilità che attraversano la società contemporanea. Nella sua ricerca entrano oggetti ordinari ai quali l’artista attribuisce un nuovo peso simbolico. Una comune busta di plastica richiama quelle consegnate alle persone migranti al momento dell’arrivo sulle coste italiane insieme ai beni di prima necessità: un contenitore essenziale che, sottratto alla propria funzione, diventa traccia di ciò che resta dell’idea di casa quando l’identità individuale rischia di essere assorbita da numeri, procedure e categorie. Accanto a questa compare il mocio, oggetto altrettanto quotidiano attraverso cui Zunino sposta lo sguardo sul lavoro di cura e pulizia, spesso affidato a persone straniere e svolto ai margini della vita visibile degli spazi. Un lavoro che tende a scomparire proprio quando viene eseguito e la cui importanza diventerebbe immediatamente evidente soltanto attraverso la sua assenza. Senza ricorrere a una denuncia esplicita, l’artista restituisce centralità a oggetti e presenze normalmente marginali, interrogando i meccanismi attraverso cui una società stabilisce ciò che merita di essere visto e ciò che può rimanere sullo sfondo.

Elie Chammaa | Un pesce fuor d’acqua
È invece l’Arno a offrire a Elie Chammaa, artista libanese nato a Beirut e residente tra Beirut e Firenze, l’immagine attorno alla quale costruire Un pesce fuor d’acqua. Nella sua pratica, prevalentemente pittorica, la dimensione autobiografica si intreccia da tempo a temi quali identità, vulnerabilità, solitudine e rapporto con l’altro. Durante la residenza, il pesce – presenza silenziosa e quasi invisibile del fiume – diventa figura di una condizione più ampia: quella di chi cerca il proprio posto all’interno di un ambiente sociale e culturale già definito. Predatore o preda, parte del gruppo o creatura isolata, perfettamente inserito nel proprio habitat e insieme esposto al pericolo, il pesce concentra le ambivalenze dell’appartenenza. Attraverso un intervento pittorico murale e alcune incursioni scultoree, Chammaa costruisce così un fiume immaginario nel quale il sentirsi “fuori d’acqua” non riguarda esclusivamente chi ha attraversato un confine geografico, ma diventa una condizione più universale: la distanza possibile tra il luogo in cui ci troviamo e quello nel quale riusciamo realmente a riconoscerci.

Joy Nevermind | LOOP
Con LOOP, l’artista peruviana Joy Nevermind (Andrea Joy Bravo) sposta infine questa esperienza di disorientamento sul confine tra spazio fisico e dimensione virtuale. La sua ricerca, influenzata dalle estetiche kawaii e cyberpunk, indaga da tempo il modo in cui ambienti digitali, videogiochi e identità virtuali intervengono nella costruzione dell’esperienza del reale. A Firenze questa riflessione incontra una città dalla straordinaria densità storica e visiva, nella quale immagini, architetture e riferimenti culturali si accumulano fino a poter produrre una forma di sovraccarico percettivo.
Nevermind parte da alcuni segni quasi inosservati dello spazio urbano – i motivi ornamentali delle targhe metalliche collocate a terra – e li rielabora attraverso cavi luminosi, installazione e video. Il cavo diventa insieme richiamo all’universo tecnologico e possibilità di mantenere un contatto con il presente, mentre il percorso conduce in una zona volutamente incerta tra immersione digitale e presenza corporea. Ad attraversarla è anche Yukio, alter ego creato dall’artista come possibile evoluzione estetica e mentale di sé. Una ciocca dei capelli della stessa Nevermind introduce nell’installazione una traccia fisica e autobiografica, mettendo in relazione il corpo reale, il personaggio virtuale e lo spazio temporaneamente abitato.

Tre prospettive che non cercano una definizione univoca della migrazione, ma ne allargano i confini: dal viaggio geografico alla mobilità sociale, dall’esperienza dello straniero alla sensazione più intima di non appartenere pienamente a un luogo, fino allo spaesamento prodotto dal continuo passaggio tra realtà materiale e virtuale. In ciascuna ricerca, la distanza diventa anche uno strumento di osservazione: la possibilità di riconoscere nella città ciò che lo sguardo abituato tende a non vedere più.

La residenza si inserisce nella ricerca portata avanti da Chiasso Perduto, spazio indipendente per residenze artistiche e sperimentazione nel centro di Firenze, ricavato negli antichi ambienti seminterrati di Palazzo Machiavelli. Fondato e diretto da Sandra Miranda Pattin e Francesca Morozzi, il progetto lavora sul rapporto tra pratica artistica, identità dello spazio e territorio, accompagnando gli artisti nello sviluppo di interventi capaci di entrare in relazione con il contesto che li accoglie.

Per maggiori informazioni: www.chiassoperduto.com