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venerdì 09 ottobre 2026

"C'era una volta… il manicomio", la Passeggiata dei Chille de la balanza a San Salvi

10-10-2026

Sabato 10 ottobre 2026 alle ore 21, nella Giornata mondiale della Salute mentale, i Chille de la balanza presentano un’edizione davvero straordinaria di “C’era una volta…il manicomio”, Passeggiata-spettacolo-rito di e con Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza.

Per questo evento speciale – incluso anche nella Giornata Nazionale degli Ospedali Storici Italiani - l’ingresso è gratuito, i posti sono limitati con prenotazione obbligatoria: telefono /whatsapp al 335 6270739 o per mail a info@chille.it. 

I Chille annunciano una sorpresa, che ovviamente NON intendono svelare in anticipo. Fanno però sapere che nella Passeggiata è prevista una sosta all’RSA Le Civette di San Salvi, di cui si paventa una prossima chiusura.

C’è un luogo, a Firenze, che per molti anni è stato una città dentro la città e che chiede di tornare a essere parte della città. È San Salvi, l’ex ospedale psichiatrico fiorentino: un luogo di cura e insieme di separazione, di storie individuali e collettive, di dolore e di trasformazione. Un luogo che ancora oggi conserva, nei suoi edifici, nei suoi giardini e soprattutto nelle voci di chi lo ha vissuto, una memoria che non può essere affidata soltanto alle pietre.

Da quasi trent’anni i Chille de la balanza abitano artisticamente San Salvi e, attraverso il teatro, provano a trasformare quello che era stato uno spazio di esclusione in un luogo di incontro. È un percorso iniziato nel 1999 con C’era una volta… il manicomio, Passeggiata-spettacolo-rito nato proprio dalla necessità di attraversare quel passato non come una storia conclusa, ma come una domanda ancora aperta sul nostro presente.

Da allora sono state oltre 600 le repliche della Passeggiata, con quasi 60.000 persone incontrate. Numeri importanti, ma che raccontano solo una parte dell’esperienza. Perché ciò che conta davvero non è soltanto il numero degli spettatori, ma quante Persone hanno parlato, ricordato, raccontato, ascoltato. Quante hanno riconosciuto, nelle vicende di chi fu internato, qualcosa della propria storia. Quante hanno scoperto che la memoria di un manicomio non appartiene soltanto a chi vi fu rinchiuso, ma riguarda una comunità intera.

C’era una volta… il manicomio non è infatti una visita guidata e non è uno spettacolo tradizionale. È una Passeggiata patrimoniale, nel senso indicato dalla Convenzione di Faro: un’esperienza nella quale il patrimonio non è soltanto ciò che resta del passato, ma ciò che una comunità riconosce come significativo e decide di condividere, interrogare e trasmettere. Il patrimonio, in questa prospettiva, nasce dall’incontro fra Persone e luoghi.

A San Salvi questo incontro è stato, fin dall’inizio, un ascolto dal vivo. La storia dello spettacolo si è modificata replica dopo replica grazie alle testimonianze raccolte nel tempo: psichiatri, infermieri, familiari, ex ricoverati, cittadini, operatori, artisti. Ogni incontro ha aggiunto una voce, una contraddizione, una domanda. È così che il lavoro dei Chille ha costruito nel tempo un piccolo prezioso archivio di memoria viva, fatto non solo di documenti e immagini, ma soprattutto di esperienze.

Tra i materiali conservati c’è anche quella che è stata definita la “corrispondenza negata”: le lettere scritte dalle persone internate e mai spedite, perché a loro era negato persino il diritto di comunicare liberamente con l’esterno. Sono tracce fragili e potentissime, capaci ancora oggi di restituire un volto e una voce a chi era stato trasformato in una cartella clinica, in un numero, in un corpo da custodire e separare.

Ma ascoltare il passato significa anche ascoltare il presente. È questo, forse, il passaggio più importante maturato in questi quasi trent’anni. Il manicomio è stato chiuso, ma le domande che lo avevano reso possibile non sono automaticamente scomparse. Le forme dell’esclusione possono cambiare; possono diventare più invisibili, più diffuse, più difficili da riconoscere. Il disagio mentale, soprattutto tra le giovani generazioni, assume oggi forme nuove e si intreccia con solitudine, precarietà, crisi economiche e sociali, guerre e conseguenze profonde degli anni della pandemia.

Per questo ogni nuova replica di C’era una volta… il manicomio è diversa dalle precedenti. Non esiste un copione definitivo: esiste una struttura che si riapre ogni volta all’incontro con il pubblico e con il luogo. La storia viene raccontata, ma subito dopo viene rimessa in gioco. Gli spettatori non sono soltanto destinatari: diventano parte dell’esperienza, chiamati a interrogarsi su ciò che significa essere comunità, sulla possibilità di riconoscere nell’altro una Persona prima ancora che una diagnosi, un ruolo sociale o un’etichetta.

È qui che l’esperienza di San Salvi assume un significato che va oltre il teatro.

Restituire un pezzo di città non significa semplicemente riaprire un cancello o recuperare un edificio. Significa restituire possibilità di incontro, conoscenza e partecipazione. Significa permettere ai cittadini di riappropriarsi di un luogo che per decenni è stato percepito come separato, quasi estraneo alla città, e riconoscerlo invece come parte della propria storia comune.

In questo senso San Salvi è ancora una questione aperta. Lo è anche il Cinema Teatro, restaurato dai cittadini per accogliere Franco Basaglia nel 1979 (v. foto) e da tanti anni colpevolmente abbandonato. Quel Cinema Teatro è una testimonianza concreta di come una comunità possa prendersi cura del proprio patrimonio e, insieme, di quanto fragile possa essere la memoria se non viene continuamente alimentata e condivisa.

La Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre offre quest’anno un’occasione particolarmente significativa.

Il tema scelto – Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, cambiamenti reali – sembra parlare direttamente all’esperienza dei Chille a San Salvi. Perché tutto questo percorso è nato proprio dall’ascolto: dall’ascolto di chi ha vissuto il manicomio, di chi lo ha attraversato professionalmente, di chi lo ha subito, di chi lo ha combattuto e di chi oggi, entrando a San Salvi, prova a comprenderne il significato.

Dopo quasi trent’anni e circa 60.000 incontri di oltre due ore con spettatori e cittadini, una cosa appare sempre più chiara: la memoria non è qualcosa che si conserva semplicemente. La memoria vive se viene messa in relazione con il presente, se accetta il confronto, se sa cambiare attraverso le Persone che la incontrano.

Per questo tornare a San Salvi significa ancora una volta attraversare un luogo, ma soprattutto attraversare le sue voci. Significa provare a restituire alla città non soltanto uno spazio fisico, ma una parte della propria identità. E riconoscere che una comunità esiste davvero quando sa ascoltare le proprie memorie, anche quelle più scomode, e trasformarle in occasioni di incontro.

Significa, forse e finalmente, dar vita ad un Museo della Memoria Viva.

è questa la scommessa più autentica di C’era una volta… il manicomio: non raccontare soltanto ciò che è stato, ma aiutare a creare le condizioni perché qualcuno possa sempre ascoltare-incontrare qualcun altro e la sua Storia.

Perché, come ci ha insegnato Basaglia, la trasformazione comincia dalla relazione. E una città torna a essere davvero di tutti quando nessuna voce viene considerata più estranea, invisibile o superflua.

 Per maggiori informazioni: http://www.chille.it