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venerdì 23 ottobre 2020

''Il Mondo che non c'era'' si svela al Museo Archeologico di Firenze

19-09-2015
Il Museo Nazionale Archeologico di Firenze inaugura il 19 settembre, la mostra "Il mondo che non c'era. L'arte precolombiana nella Collezione Ligabue" che resterà in Città fino al 6 marzo 2016. "Tutto nasce, oltre che per rendere omaggio a mio padre- ha dichiarato Inti Ligabue, Presidente del Centro Studi e Ricerche Ligabue- per raccontare le storie di un altro mondo che viveva parallelamente al nostro senza svelarsi. Credo che la mostra sia unica per tre motivi: innanzitutto perché frutto di collaborazioni illustri, poi per la sua completezza e infine perché molte delle opere vengono esposte per la prima volta".
Ben 230 capolavori sono giunti a Firenze da molto lontano per portare la testimonianza delle civiltà precolombiane, vissute tra il 500 e il 1200 d.C. L'arte forgiata da Olmechi, Maya, Coclé, Quimbaya, Nazca, Chavin, Moche, Aztechi e Inca, diventa dunque un mezzo per conoscere i miti, i culti e gli usi di quei popoli che abitavano un Mondo che prima della scoperta dell'America, per noi europei, come anticipa il titolo dell'evento, non c'era. La loro quotidianità venne stravolta proprio nel 1492, quando Cristoforo Colombo e il suo equipaggio, convinti di aver trovato una rotta verso le Indie, scoprirono invece un "Nuovo Mondo"; le sue terre vennero prese letteralmente d'assalto dalle grandi potenze che, mosse dalla voglia di allargare i propri confini e accaparrarsi nuove ricchezze, finirono per modificarne gli equilibri sociali e ambientali. Gli indigeni che vivevano in quei luoghi vennero sottomessi e ridotti in schiavitù, finché, complici anche le malattie, non furono decimati.
"Il mondo che non c'era", a cura di Jacques Blazy e André Delpuech, è un viaggio che intreccia leggenda e fascino. Si parte dalle culture Tlalica e Olmeca grazie ad alcune statue in ceramica cava dal volto deformato, il corpo appena accennato ed elaborate acconciature, tratti che furono ripresi in seguito dalla corrente surrealista; poi si approda nella Regione del Guerriero, con danzatori e giocatori, realizzati con dettagli che tradiscono un profondo realismo e con oggetti di forma animale che posti nelle tombe, alla stregua degli dei, accompagnavano i defunti nel loro sonno eterno. I Chupicuaro, che vivevano nella parte Occidentale del Paese, si presentano a Firenze con una "Grande Venere" dai profondi occhi a mandorla, i tagliatori di pietra di Teotihuacan con alcune maschere dai tratti geometrici con il volto che ricorda un triangolo rovesciato, la fronte e il naso larghi, le labbra e le sopracciglia spesse. Poco distante, due punteruoli in osso, usati per le pratiche di auto-sacrificio, e tre statue della Costa del Golfo che celano, contrariamente a quanto incontrato fino a questo momento, emozioni dietro a un tiepido sorriso. Il percorso espositivo, dopo aver passato in rassegna gli strumenti dell'arte guerriera appartenuti agli Aztechi, si conclude con un ampia parentesi dedicata a una delle civiltà che ancora oggi continua ad affascinare grandi e piccini: i Maya. Attori protagonisti di questa sezione sono i sacerdoti, gli animali e i gioielli ritratti in piatti, sculture o stele, ma soprattutto un'importantissima collezione di vasi.
Culture diverse tra loro che in una delle sale del Museo si confrontano rivelando temi comuni. Si avverte da subito il legame che queste civiltà avevano instaurato con la natura ed i suoi frutti, tanto da elevare piante e animali a muse ispiratrici del loro estro creativo, alla stregua del corpo femminile che si circonda quasi di un'aura divina. Altra costante è il riferimento alle divinità o agli sciamani, uomini che investiti da poteri spirituali erano in grado di mettere in comunicazione il mondo celeste con quello terreno. E' possibile invece segnare una netta linea di demarcazione che separa gli oggetti "spogli" da quelli decorati sapientemente con pietre e pigmenti dorati.
230 opere per un solo viaggio indietro nel tempo dedicato a Giancarlo Ligabue, paleontologo, studioso di archeologia e soprattutto collezionista che, dopo aver girato in lungo e in largo i continenti a capo di ben 130 spedizioni, fonda a Venezia un Centro di Studi e Ricerca che porta il suo nome. A pochi mesi dalla sua scomparso è il figlio Inti ad aprire le porte della Collezione Ligabue per mostrare capolavori mai visti prima d'ora. Accanto a questi sono presenti anche opere provenienti dalle collezioni medicee e da importanti realtà internazionali come il museo Quai Branly di Parigi. Come sottolinea Andrea Pessina, Soprintendente Archeologo della Toscana: "Questo è l'anno delle sinergie per Firenze, collaborazioni che hanno dato vita a eventi straordinari che hanno dimostrato quanta strada ancora dobbiamo percorrere in questa Città in cui spesso la cultura guarda a un solo gioiello, il Rinascimento".
La mostra è promossa dal Centro Studi e Ricerche Ligabue di Venezia e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, dal Museo Archeologico Nazionale, prodotta con atto di mecenatismo da Ligabue SpA e gode del il patrocinio della Regione Toscana e del Comune di Firenze.
"Il mondo che non c'era" si svela a Firenze da sabato 19 settembre per rivelare la grandezza dell'arte dell'America antica e di quella parte di umanità che, all'improvviso, nell'ottobre del 1482, comparve all'orizzonte. Un evento espositivo che si presenta al pubblico per ricordare, come diveca Giancarlo Ligabue che: "L'umanità è una sola e non si può dimenticare, che nella storia del mondo non vi sono primi o secondi, grandi e piccoli, ma che in ogni popolo si ritrovano fermenti, origini, principi e radici di ciò che noi oggi siamo".

Per informazioni: www.csrl.it 

Martina Viviani