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venerdì 15 novembre 2019

''Lucio Fontana, manifesti scritti interviste'', presentato al Museo Novecento

17-03-2016

Al Museo Novecento di Firenze è stato presentato il volume "Lucio Fontana, manifesti scritti interviste", una raccolta di scritti dell'artista, a cura di Angela Sanna e edito da Abscondita, all’interno della collana "Carte d’Artisti".

Durante la presentazione, Sanna, che insegna Storia dell'Arte all'Accademia delle Belli Arti di Brera, ha dialogato con Susanna Ragionieri, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. "Gli scritti di Fontana non erano di facile reperimento. Per molto tempo sono stati privilegiati i manisfesti dello spazialismo. Ma sono le presentazioni che l'artista fa in modo affettiva ai suoi giovani compagni di viaggio artistici che, con un diverso registro linguistico, aggiungono un tono nuovo, meno conosciuto, meno visionario dei manifesti" ha dichiarato Ragionieri.

Nel Manifesto Blanco (1946), apoteosi della lungimiranza di Fontana e scritto nell'era della meccanica, si legge il desiderio della trasformazione dell'arte sulla base delle trasformazioni scientifiche. Si tratta di un progetto molto ambizioso che, di fatto, non corrisponde a nessuna opera. "L'inattualità, per l'epoca, del pensiero -l'astrazione- espresso da Fontana, rimanda al Manifesto Futurista di Marinetti del 1909. Entrambi hanno un pensiero visionario di qualcosa che si percepisce ma che ancora non si vede e non si sa che forma prenderà", ha continuato Ragionieri.

"Il libro è anche un escursus fra i manifesti dell'artista, scritti fra il 1946 e il 1952, nel tentativo di superare la materia. Sono molti i 'compagni di strada' che accompagnano Fontana nel suo progetto spazialista, che non aveva ancora un'ossatura. Durante il percorso molti di questi rimarranno sul limite del guado, senza acquisire una definizione nitida del progetto iniziale: arte come concetto spaziale. Fontana, come ha detto Torfles, avrà molta più influenza sui giovani", ha spiegato Sanna.

Fin dagli anni 1929-30, con l'esposizione de "L'Uomo nero" nel 1930, Fontana aveva affermato di non voler fare nè scultura nè pittura "no linee delimitate nello spazio ma la continuità dello spazio nella materia", era solito dichiarare l'artista. Con i buchi ha superato la materia per giungere all'astratto e all'immateriale. Li considerava un mezzo attraverso il quale far passare lo spazio, l'infinito, il tutto.
Non tardarono le polemiche. "Un buco lo so fare anch'io!", gli veniva detto molte volte. Taglienti erano le risposte di Fontana. Attraverso le interviste inserite da Sanna nel libro, è possibile avere una visione più completa di quest'artista che per tutta la vita ha perseguito lo stesso fine: la trasformazione dell'arte, la fine dell'arte tradizionale per realizzare qualcosa che a lui stesso è rimasto in parte sconosciuto. 

Con le ricerche riguardanti lo spazio e il cosmo, ha estremizzato il suo pensiero. "Provo a cogliere i sentimenti dell'uomo in un'atmosfera che non è più quella terrestre e le angosce suscitate da una dimensione nuova. Attraverso le lacerazioni nella tela cerco di esprimere una nuova sofferenza: il dolore dell'uomo nello spazio" aveva detto l'artista, che spesso non veniva capito.

Il modello di Fontana era Boccioni, ma poi lo aveva superato ed era andato oltre. Ogni tempo vuole la sua arte. "Gli artisti devono rispondere al proprio tempo e al tempo in cui si addentrano" ha spiegato la Professoressa Reggeni. "Fontana  era affascinato dalla materia e dal suo dinamismo. E' stato profetico anche in questo: oggi chi ama più le cose ferme? Il dramma di noi insegnanti è proprio quello di non riuscire più a far capire agli studenti l'importanza di ciò che non si muove", ha concluso.

Erika Greco