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mercoledì 13 novembre 2019

''Semi'', le poesie di Pietro Manzella alla Biblioteca Umanistica di Firenze

30-09-2016

«Parole scritte su pagine bianche, concetti che germogliano come boccioli per trasformarsi in virgulti per l’animo dell’uomo… la poesia per me è come il seme sotterrato nell’umida terra che, rinascendo alla morte con la voce dell’uomo, crea fiori e frutti».

Con queste parole, tratte dalle sue “Riflessioni” all’inizio del volume, il poeta palermitano Pietro Manzella introduce i versi della sua ultima raccolta "Semi", edita da Edizioni Giuseppe Laterza nel 2015, che presenterà venerdì 30 settembre, alle 17, alla Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze (piazza Brunelleschi n. 3/4). L’incontro, a ingresso libero, è organizzato dalla Fondazione il Fiore, presieduta da Maria Giuseppina Caramella, e prevede, dopo il saluto di Floriana Tagliabue, direttore della Biblioteca umanistica, l’intervento del critico letterario Luigi Locanto e un intermezzo musicale della cantautrice Chiara D’Andrea.  

Le «variazioni ritmiche» del verso di Manzella, scrive Massimiliano Pecora nella sua presentazione all’inizio del libro intitolata “La minaccia della materia e l’evasione del poeta”, «se pure tenuamente, sembrano, soprattutto in quest’ultima raccolta, spingersi verso le forme della prosa numerosa con tanto di clausole salmodianti e isotrope rispetto ai modelli del cursus planus e del cursus currens».

«Il nome e la poesia di Filippo de Pisis – si legge ancora nel testo di Pecora - permettono di trovare una possibile via per comprendere pienamente la poetica sottesa da Semi»: Manzella «si immagina pittore, pittore della vita» e la «“insondabile unità” del linguaggio verbale con quello pittorico ha la sua enigmatica ragion d’essere all’interno del meccanismo creativo dell’autore».

«Per il poeta di Semi – aggiunge Pecora - il recupero della levità e della tenerezza, di ciò che è immateriale e impreciso (e dunque proprio dell’essere umano) consente di sottrarsi al dominio della materia e di riconquistare la coscienza della propria individualità».

«Recuperando quel movimento sintattico di risacca e controrisacca, vale a dire il susseguirsi di enunciati a eco, il poeta fa appello, come spesso accade nelle sue liriche, alla fenomenologia della natura, assunta quale controcanto alla stesura dei suoi testi, come ben dimostra A colloquio con la Natura del lontano 1967. Non mancano i precedenti di questa forma di argomentazione lirica, soprattutto se pensiamo al celebre Teatro naturale di Giampiero Neri».

Per ulteriori informazioni, Fondazione Il Fiore. Tel.: 055-225074