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giovedì 14 maggio 2026

ORT - Orchestra della Toscana: gran concerto finale di stagione al Teatro Verdi di Firenze

20-05-2026

Diego Ceretta chiude il suo primo triennio da direttore principale dell’ORT Orchestra della Toscana con un programma che guarda insieme al presente e alla grande tradizione: la nuova commissione Ad Lucem a Matteo Rubini, il raffinato “Concerto per flauto” di Jacques Ibert affidato a Silvia Careddu e la “Seconda Sinfonia” di Johannes Brahms. Martedì 19 maggio a Carrara, replica mercoledì 20 maggio 2026 alle ore 21.00 al Teatro Verdi di Firenze

Ci sono concerti che segnano una tappa, altri che sembrano raccogliere un intero percorso. Quello che Diego Ceretta dirige per il finale della stagione ORT 2025/2026 appartiene alla seconda categoria. Non è un bilancio celebrativo, né una semplice chiusura: è piuttosto una fotografia in movimento di ciò che il giovane direttore lombardo ha costruito in questi tre anni alla guida dell’orchestra. Un modo di lavorare fondato sull’ascolto reciproco, su un’energia diretta e mai esibita, su un repertorio capace di mettere in dialogo la musica di oggi con i grandi classici europei. 

Ceretta, 30 anni non ancora compiuti, è tra i direttori italiani che più rapidamente hanno imposto una personalità riconoscibile: gesto netto, attenzione alla materia sonora, ma soprattutto una relazione molto viva con l’orchestra, che nei concerti si traduce in una tensione narrativa continua. Dopo il debutto ventenne, la sua carriera si è sviluppata tra opera e sinfonica, da Pesaro al Maggio Musicale Fiorentino, fino alle collaborazioni con orchestre come la Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin e l’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo. Dal 2023 è direttore principale dell’ORT.

Ad aprire la serata è Ad Lucem, nuova commissione della Fondazione ORT a Matteo Rubini, presentata in prima assoluta il 19 maggio a Carrara. Compositore appartato e insieme lucidissimo, Rubini lavora su una scrittura che intreccia antiche tecniche contrappuntistiche e sensibilità contemporanea, evitando tanto il decorativismo quanto l’astrazione programmatica. La sua musica procede per tensioni interne, per trasformazioni graduali. Rubini parla di un “cammino verso la luce”, non intesa come rivelazione improvvisa ma come equilibrio conquistato lentamente. È una musica che non cerca effetti spettacolari: preferisce la metamorfosi, il chiaroscuro, la pazienza dell’attesa.

Al centro del concerto arriva poi uno dei grandi capolavori del Novecento francese, il Concerto per flauto e orchestra di Jacques Ibert, affidato a Silvia Careddu. Figura di riferimento internazionale per il suo strumento, Careddu unisce una tecnica luminosa a una qualità rara: la capacità di rendere naturale anche la scrittura più virtuosistica. Vincitrice del Concours de Genève e applaudita nei principali festival europei, è stata primo flauto dei Wiener Symphoniker e dei Wiener Philharmoniker; dal 2021 ricopre lo stesso ruolo all’Orchestre National de France. Accanto all’attività orchestrale coltiva da sempre la musica da camera — è membro fondatore dell’Alban Berg Ensemble Wien — e un’intensa attività didattica tra Zurigo, Londra e Fiesole. Il concerto di Ibert sembra cucito addosso a una personalità musicale come la sua. Scritto nel 1934 per il grande flautista Marcel Moyse, il brano attraversa con eleganza tutta la tradizione francese del flauto. Ibert, del resto, rifuggiva dalle appartenenze estetiche troppo rigide. Guardava alla raffinatezza timbrica della grande scuola francese, mantenendo una libertà stilistica molto personale. Nel concerto convivono leggerezza e precisione architettonica. È musica che chiede al solista non soltanto brillantezza, ma immaginazione sonora e capacità narrativa.

La seconda parte conduce invece al cuore del repertorio sinfonico tedesco con la Sinfonia n. 2 di Johannes Brahms. Una pagina spesso descritta come la più serena delle sue sinfonie, anche se sotto la superficie luminosa continuano a muoversi inquietudini sotterranee. Brahms la compose nell’estate del 1877, subito dopo il faticoso parto della Prima Sinfonia: liberato finalmente dall’ombra schiacciante di Beethoven, trovò una scrittura più naturale, fluida, quasi spontanea. Il respiro ampio, la chiarezza dell’aria, un senso continuo di moto naturale: per questo è stata definita talvolta la “Pastorale” di Brahms. Ma dentro quella luminosità convivono anche ombre improvvise, malinconie trattenute, un lirismo pudico che evita ogni enfasi. 

Non è casuale che Ceretta scelga proprio questa sinfonia per concludere il suo primo triennio all’ORT. Brahms rappresenta uno dei terreni su cui direttore e orchestra hanno costruito negli ultimi anni un dialogo particolarmente intenso: un lavoro sul suono, sulla trasparenza delle linee, sull’equilibrio tra slancio e controllo. In fondo, anche questa Seconda Sinfonia vive di quell’equilibrio fragile tra ombra e luce che attraversa tutto il programma della serata.

Per maggiori informazioni: www.orchestradellatoscana.it