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martedì 23 giugno 2026

Fabbrica Europa XXXIII: anteprima del festival con 70 appuntamenti e oltre 130 artisti

23-06-2026

Il Festival Fabbrica Europa si svolgerà a Firenze e Toscana dal 11 settembre al 11 ottobre 2026, in programma 1 mese di Festival; 25 giorni di spettacolo; 18 tra anteprime, prime nazionali, prime assolute; 40 compagnie/gruppi (internazionali e nazionali); 70 appuntamenti; oltre 130 artisti di 21 paesi. Il festival è realizzato con il sostegno di MiC Ministero della Cultura, Regione Toscana, Città Metropolitana di Firenze, Comune di Firenze, Fondazione CR Firenze. Tra i luoghi del festival: Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Teatro Goldoni, Teatro Puccini, Teatro Cantiere Florida, Teatro Era di Pontedera, PARC Performing Arts Research Centre, Museo Marino Marini, ex Centrale termica Fiat di Novoli, Manifattura Tabacchi, Tenax, MAD Murate Art District.

Artisti e compagnie - da Italia, Francia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Germania, UK, Spagna, Albania, Polonia, Portogallo, Grecia, Libano, Ucraina, Turchia, Armenia, Marocco, Senegal, Cina, Corea, USA - portano Fabbrica Europa a far rivivere luoghi non convenzionali da prospettive inedite e in dialogo con strati di memoria significante, nell’idea di creare per il pubblico esperienze di fruizione più articolate, partecipate e attente all’inclusione, all’accessibilità e agli aspetti sociali.

A partire da una Firenze che, oltre alla rete dei teatri, offre luoghi sui quali il festival attiva una visione sempre inedita realizzando percorsi in cui artisti e pubblici possono immergersi in un dialogo vivo di segni.

Fabbrica Europa sostiene e promuove visioni, pratiche e formati tra i più innovativi del panorama contemporaneo, dando voce a grandi artisti e a giovani autori della scena performativa nazionale e internazionale, tra danza, teatro e musica. Un Festival che intercetta le urgenze individuali e collettive del nostro tempo, ne esplora le molteplici sfaccettature, mettendo in luce contraddizioni e possibilità.

Mito, radici, tradizioni e identità diventano materia viva per alimentare poetiche, sperimentazioni e linguaggi, restituendo la complessità di un mondo in divenire, capace di ridefinire e oltrepassare ogni confine: geografico, culturale, politico, simbolico.

Spettacoli, concerti, performance e creazioni site-specific animano un Festival diffuso che attraversa la città, dal centro alle periferie. Una scelta che conferma la volontà di abitare spazi inediti, la cui specificità diventa parte integrante dell’esperienza artistica. Prosegue inoltre la consolidata sinergia con i principali teatri del territorio, pensati per ogni proposta artistica.

Fabbrica Europa è un ecosistema dinamico che si nutre di relazioni con soggetti e strutture di ogni latitudine, oltre che della complicità con gli artisti e che dialoga con la città e la sua comunità, aprendo occasioni di incontro e immaginazione condivisa.

In questo scenario, gli artisti attivano processi che trasformano le distanze in soglie di attraversamento, confronto e possibilità con opere che mettono in connessione eredità culturali e nuove forme di creazione contemporanea.

Lo spettacolo di apertura introduce uno dei nuclei centrali del Festival: la relazione tra individuo e collettività, che si costruisce attraverso un processo di negoziazione e si confronta con temi quali appartenenza, partecipazione e uguaglianza. Una riflessione sulle molteplici forme dello stare insieme e dell’abitare il mondo, che apre simbolicamente questa XXXIII edizione.

A inaugurare Fabbrica Europa, Dance People, nuova creazione del coreografo libanese OMAR RAJEH.

Il titolo parla da sé: mette i valori della comunità al centro della creatività, affermando il valore aggregante della danza e facendone un atto politico attraverso la condivisione dello spazio con i cittadini, che diventano parte attiva dell’evento. In un mondo guidato dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale, alcune delle questioni più urgenti di oggi riguardano gli incontri, le relazioni e il modo in cui viviamo gli uni con gli altri. Qual è lo spazio della democrazia, della cultura, dell’identità? Come si apre uno spazio, come lo si protegge, come lo si abita insieme? Omar Rajeh e Mia Habis, con un ampio ed eterogeneo gruppo di artisti, invitano il pubblico a partecipare a un momento creativo collettivo. Il lavoro si fa gioioso e festoso, ma resta al tempo stesso lucidamente critico nei confronti del potere e delle dinamiche di supremazia. Dance People non è uno spettacolo da osservare a distanza. È un gesto da condividere. Uno spazio da abitare. In collaborazione con Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino (Teatro del Maggio Musicale Fiorentino / Terrazza, 11/09). 

Dal Libano, crocevia di culture e insieme teatro di profonde fratture, proviene anche il grande musicista RABIH ABOU KHALIL. E se Rajeh affida alla danza una riflessione sulla convivenza e sulla condivisione dello spazio, Khalil ha fatto dell’incontro tra culture differenti il tratto distintivo della propria ricerca sonora. Compositore, suonatore di oud e direttore d’orchestra, ha collaborato con alcuni tra i più grandi nomi del jazz, con musicisti tradizionali arabi e armeni, quartetti d’archi classici, cantanti di fado e molti altri. L’Orchestra Sinfonica della BBC e il Frankfurt Modern Ensemble gli hanno commissionato diverse composizioni, riconoscendolo come una figura centrale nel dialogo tra Oriente e Occidente. Nato e cresciuto nel clima cosmopolita di Beirut negli anni Sessanta e Settanta, ha iniziato a suonare l’oud, il liuto arabo a collo corto, all’età di quattro anni. La guerra civile lo ha costretto a lasciare il paese nel 1978, portandolo a studiare flauto classico all’Accademia di Musica di Monaco di Baviera con Walther Theurer. Lo studio approfondito della tradizione classica europea gli ha permesso di osservare la musica araba da una prospettiva teorica nuova, dando origine a una ricerca capace di attraversare e mettere in relazione sistemi musicali diversi (Teatro Puccini, 9/10).

Il Festival si addentra nelle sue matrici più profonde. Alessandro Serra riattiva il mito di Edipo attraverso il grecanico, lingua antica che restituisce al teatro la forza del rito collettivo. Kor’sia esplora invece il tarantismo e la dimensione ancestrale del corpo, traducendo tradizioni popolari e pratiche rituali in sostanza poetica per la danza contemporanea.

«In un’epoca di macerie non c’è altra possibilità che lavorare su ciò che resta, soffiare sulle ceneri per riattivare il fuoco. Ciò che resta della tragedia: parole senza suono. Ciò che resta della polis: una società di estranei. Ciò che resta del rito: una drammaturgia spenta. Ciò che resta di un mito: una storiella venuta a noia. Ciò che resta di un eroe: un personaggio fuori fuoco. Il canto di Edipo si edifica sulle macerie». Con queste parole ALESSANDRO SERRA introduce Tragùdia - il canto di Edipo, una riscrittura del mito che trasforma il testo antico in un ponte verso una dimensione universale del sapere. Eroe cieco ed esule, il re di Tebe incarna la condizione dell’uomo contemporaneo, sospeso tra la ricerca della verità e la perdita di ogni certezza. Per ritrovare nel presente il senso del rito, il regista e autore ricorre al grecanico, antichissimo idioma ancora parlato in alcune aree di quella che fu la Magna Grecia. A questa lingua istintiva e sensuale, alla sua musicalità e alla forza evocativa del canto, Serra affida il compito di riaccendere il mito e restituirlo allo spettatore di oggi in tutta la sua potenza sensoriale. Il canto di Edipo sorge sulle macerie della tragedia classica per esplorare le rovine della società contemporanea, riscoprendo la voce della polis e del rito, alla ricerca di un sapere collettivo perduto. In collaborazione con Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino (Teatro Goldoni, 25-26/09).

Il collettivo spagnolo KOR’SIA, in collaborazione con RexEstensa, presenta Dittico delle radici, due creazioni, firmate da Mattia Russo e Antonio de Rosa, che esplorano le ferite e le possibilità di riscatto del corpo. Wolf spider si ispira al tarantismo pugliese come metafora universale della crisi interiore. Il lavoro intreccia mito, tradizione e contemporaneità: i corpi dei danzatori incarnano la forza ancestrale della pizzica, attraversando cicli di morte e di rinascita, tra ombre, luci e trance catartiche. La musica, costruita sul ritmo pulsante del tamburello e rielaborata da Alejandro da Rocha, guida il rito, portando la danza a gesto di liberazione. Mors è un assolo intimo, percorso da vibrazioni invisibili, che indaga gli stati sospesi dell’essere: ciò che può essere detto o ciò che può solo essere vissuto. Nel buio e nella tensione delle crepe, il corpo diventa confine, battito e respiro trattenuto (Teatro Cantiere Florida, 3/10).

Le pratiche della street dance e i gesti rituali che connettono corpo e ambiente raccontano nuove forme di appartenenza. La danza diventa linguaggio condiviso, memoria collettiva e spazio generativo.

People used to die è il re-work di Avant les gens mouraient del collettivo francese (LA)HORDE affidato a Equilibrio Dinamico Dance Company. Quindici danzatori reinterpretano i linguaggi dell’Hardjump, dell’Hakken e dello Jumpstyle, danza underground ad alta intensità dinamica fatta di salti rapidi, movimenti ritmici e figure quasi acrobatiche. La scena esplode tra interventi corali di street dance e assoli in freestyle su musiche che diventano motori acustici capaci di generare la composizione e orientare l’azione dei performer. La compagnia pugliese riallestisce inoltre Mahalaga Landscapes, coreografia di Jill Crovisier, che esplora il rapporto tra corpo, ambiente e memoria. Attraverso una gestualità istintiva, quasi rituale, e un dialogo costante con lo spazio, i danzatori trasformano la scena in un paesaggio vivo, connettendosi con la materia che li circonda (Teatro Puccini, 11/10). 

Due lavori molto diversi affrontano la costruzione dell’identità. Eric Joris porta il pubblico in una realtà virtuale distopica in cui le nuove tecnologie ridefiniscono il rapporto tra individuo e mondo. Jaroslaw Fret guarda alle esistenze sospese di donne rifugiate, mettendo al centro dignità umana e resistenza alla disumanizzazione. Entrambi interrogano ciò che resta dell’umano quando i riferimenti vengono meno.

Una ritualità contemporanea, partecipativa e immersiva caratterizza Tremens di ERIC JORIS, fondatore di CREW, collettivo belga che indaga il modo in cui la tecnologia e i media stanno ridefinendo la relazione tra corpo e mondo, attraverso l’incontro tra arte, scienza e tecnologie immersive. Ispirata alla tragedia Timon of Athens di William Shakespeare, Tremens è un’esperienza di realtà virtuale sociale che combina teatro e XR, conducendo il pubblico in un ambiente digitale distopico. I partecipanti (immersants) sono invitati a mettere in discussione i propri schemi percettivi e a sperimentare in prima persona l’impatto della tecnologia sull’identità (ex Centrale termica Fiat di Novoli, 18-19-20/09).

Il regista JAROSLAW FRET, fondatore di Teatr Zar e direttore del Grotowski Institute di Wrocław, presenta The Maids - Materials. Sette donne provenienti da diverse parti del mondo, rinchiuse in un rifugio per profughi, danno vita a giochi, rivelazioni e azioni performative nel tentativo di affermare la propria identità. Progressivamente, il tema centrale si sposta sulla dignità umana, oltre ogni definizione identitaria. Ispirato a Le Bonnes di Jean Genet e al pensiero di Jerzy Grotowski, il progetto riunisce interpreti internazionali in una creazione contro la disumanizzazione. Il testo di Genet dialoga con estratti di Siméon, Dimitriadis e Müller, mentre i canti tradizionali eseguiti dal vivo costituiscono il nucleo drammaturgico dello spettacolo (Teatro Era di Pontedera, 2-3/10).

Artisti provenienti da contesti differenti mostrano come le radici possano diventare terreno di incontro anziché di separazione. Arto Tunçboyaciyan, Derya Turkan e Michel Godard intrecciano memorie armene, anatoliche ed europee; Ana Lua Caiano reinterpreta il patrimonio musicale portoghese con linguaggi elettronici contemporanei. Tradizione e innovazione convivono, generando nuove forme.

ARTO TUNÇBOYACIYAN, percussionista e cantante nato a Galateria, vicino a Istanbul, proviene da una famiglia di calzolai di origini armeno-anatoliche. All’età di undici anni ha iniziato la carriera suonando e registrando musica tradizionale con il fratello, affermandosi come musicista professionista in Turchia e in Europa. Nel 1981 si trasferì negli Stati Uniti per esplorare nuove influenze creative, ampliare la propria visione artistica e sfuggire alle restrizioni imposte alla minoranza armena in Turchia. Da allora si è esibito in tutto il mondo, sia come membro di gruppi musicali sia come artista solista. Tra i suoi progetti più noti, la creazione della Armenian Navy Band, con cui ha suonato a livello internazionale. A Fabbrica Europa presenta in prima nazionale il progetto Circle of Resonance, insieme al suonatore turco di kamanche DERYA TURKAN e al musicista francese MICHEL GODARD, tra i pochi virtuosi dello strumento medievale noto come serpentone (Museo Marino Marini, 20/09).

ANA LUA CAIANO è una cantautrice e polistrumentista portoghese nata a Lisbona nel 1999. La sua ricerca intreccia musica tradizionale lusitana, elettronica, hip-hop e songwriting, dando vita a un linguaggio personale che prende forma dal vivo attraverso loop station, sintetizzatori e percussioni. Formata tra studi di musica classica e jazz, ha approfondito la produzione e la composizione musicale, affiancando alla pratica sonora un interesse per le arti visive. Oltre a scrivere e interpretare la propria musica, cura direttamente la produzione dei brani e dei videoclip, e ha composto colonne sonore per cortometraggi e documentari. Nel 2024 ha pubblicato l’acclamato album di debutto Vou Ficar Neste Quadrado, in cui melodie folk, pulsazioni urbane e istanze sociali convivono in equilibrio. Nel 2026 ha presentato il singolo Uma Vida A Menos, anticipazione del suo secondo album in uscita a novembre (Manifattura Tabacchi, 13/09).

Proposte musicali che riportano al centro le urgenze del nostro tempo. Maria Cortesi e Simone Graziano intrecciano canzone, jazz e musica colta. Mai Mai Mai costruisce un archivio sonoro della Palestina contemporanea, trasformando memoria, testimonianza e paesaggio in materia musicale. La dimensione personale si intreccia così con quella politica e collettiva.

La giovane cantante MARIA CORTESI (2002) partecipa a un lavoro di co-creazione insieme al suo maestro durante gli anni di formazione a Siena Jazz, SIMONE GRAZIANO. Human echoes è un incontro tra piano, voce e archi che mette in luce la capacità musicale e poetica della musicista, che per l’occasione presenterà un Songbook inedito di brani ispirati all’attualità. Simone Graziano condurrà la musica in una direzione che apre i linguaggi della canzone alla classica e al jazz, senza preconcetti (Museo Marino Marini, 1/10).

Il producer elettronico MAI MAI MAI presenta dal vivo l’album Karakoz, che apre un nuovo capitolo per l’artista di origine rom, un disco che porta con sé la disperazione di una popolazione martoriata.

Registrato durante una residenza artistica in collaborazione con Radio Alhara e Wonder Cabinet, l’album nasce da sei settimane di lavoro tra gennaio e maggio 2024 in Palestina, a Ramallah e Betlemme, dove Mai Mai Mai ha approfondito la musica tradizionale, collaborando con musicisti locali, esplorando archivi e registrando le risonanze della terra. Questo profondo coinvolgimento gli ha permesso di portare alla luce le intricate stratificazioni del patrimonio sonoro palestinese, intrecciandole con il proprio linguaggio musicale (Museo Marino Marini, 2/10).

Giovani coreografe e coreografi della Paolo Grassi di Milano portano in scena linguaggi e visioni. Il progetto rappresenta uno spazio aperto alla sperimentazione, al confronto e alla ricerca, in sintonia con la vocazione del Festival a sostenere nuove pratiche e nuovi immaginari di autori emergenti.

DENTRO IL CONTEMPORANEO è un progetto dedicato ad autori under 25, realizzato in collaborazione con Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi e curato da Marinella Guatterini, docente e critica di danza. Due serate presentano sei performance firmate da altrettanti giovani talentuosi coreografi, laureatisi alla Scuola milanese nel 2025. Priscilla Cornacchia, Arianna Delle Gemme, Alvise Gioli, Marcello Malchiodi, Lorenzo Dino Marchionne, Giovanna Seccia attraversano territori di bellezza e sperimentazione, dando vita a linguaggi personali con gesti, canti, sonorità e una preziosa esuberanza. Il progetto prevede anche incontri con gli artisti rivolti al pubblico e una conferenza, tenuta da Marinella Guatterini, che apre una riflessione sul contemporaneo nelle arti performative, interrogandone linguaggi, forme, tensioni e mutamenti in atto (PARC, 10-11/10).

«Da trentatré edizioni Fabbrica Europa è uno dei laboratori culturali più vitali e innovativi della Toscana e dell’intero panorama nazionale - ha dichiarato l’assessora alla cultura della Regione Toscana Cristina Manetti. Un festival che ha saputo crescere mantenendo intatta la propria vocazione alla ricerca, al dialogo tra linguaggi e all’apertura verso le esperienze artistiche più avanzate del mondo contemporaneo. In un tempo segnato da conflitti, trasformazioni profonde e nuove sfide sociali, Fabbrica Europa sceglie di mettere al centro l’incontro tra culture, la partecipazione, la riflessione critica e la costruzione di comunità attraverso l’arte. È una manifestazione che porta a Firenze e in Toscana artisti, idee e visioni provenienti da decine di Paesi, trasformando teatri, musei e spazi urbani in luoghi di confronto e conoscenza. Per la Regione Toscana sostenere Fabbrica Europa significa investire in una cultura contemporanea capace di interrogare il presente, valorizzare i talenti emergenti e rafforzare il profilo internazionale del nostro territorio. La cultura è uno strumento di libertà, inclusione e crescita civile e questo festival ne è una delle espressioni più autorevoli e significative».

«Una nuova edizione di un festival apprezzatissimo che intercetta le trasformazioni del presente e offre al pubblico occasioni di scoperta, riflessione e partecipazione - ha dichiarato l’assessore alla cultura del Comune di Firenze Giovanni Bettarini. Fabbrica Europa rappresenta da 33 anni uno dei punti di riferimento più importanti per la ricerca e la sperimentazione artistica contemporanea. La sua capacità di mettere in dialogo danza, musica, teatro e linguaggi multimediali, coinvolgendo spazi diversi della città e del territorio metropolitano, contribuisce a rendere Firenze un luogo aperto al confronto internazionale e all’innovazione culturale».

«Attraverso la propria Missione Cultura - ha dichiarato Barbara Tosti, Responsabile del Settore Arte, attività e Beni culturali di Fondazione CR Firenze - la Fondazione sostiene i principali ambiti del settore: dallo spettacolo dal vivo - teatro, danza, musica - alle arti visive, dal cinema alle mostre, fino alle attività artistiche e culturali. In questo quadro, lo spettacolo dal vivo rappresenta uno degli assi strategici di intervento della Fondazione, che a questo comparto destina il 46% delle risorse complessivamente deliberate nell’ambito del Settore Arte, Attività e Beni Culturali, a sostegno di 139 tra enti, istituzioni e associazioni attivi nei comparti del teatro, della musica e della danza. Fra questi, Fabbrica Europa rappresenta una delle esperienze più significative per capacità di coniugare qualità artistica, ricerca e apertura internazionale, contribuendo a fare di Firenze un luogo di produzione e confronto sui linguaggi contemporanei».

Per ulteriori informazioni: www.fabbricaeuropa.net