Si è appena chiuso il Festival Storie differenti, dedicato a Dario Fo/Don Chisciotte e con oltre 1.000 presenze nei 12 giorni di attività, che gli infaticabili Chille de la balanza ripartono con Estate a San Salvi: subito due serate “speciali”, due poetiche lontane, due modi quasi opposti di abitare la scena. E un’unica, profonda radice: quella del teatro di ricerca italiano.
Martedì 15 e mercoledì 16 settembre 2026 i Chille accolgono due compagnie con cui da anni condividono un percorso fatto di collaborazione, amicizia e comune passione per un teatro capace di non smettere di interrogare il presente: il Teatro Potlach di Fara Sabina e il Teatro del Lemming di Rovigo.
Sono due realtà storiche della scena italiana, nate entrambe nella stagione in cui il teatro cercava nuove forme, nuovi spazi e soprattutto un diverso rapporto con gli spettatori. Decenni dopo, entrambe continuano a portare avanti quella scommessa, ciascuna attraverso una propria, riconoscibilissima poetica. A San Salvi arrivano così due spettacoli molto diversi: da una parte la fiaba, il gioco, il corpo e la fantasia; dall’altra la parola, la memoria, il rito e l’oscurità dell’esperienza umana.
Si comincia martedì 15 settembre alle ore 21 con il mondo incantato del Teatro Potlach e Il gigante egoista, liberamente tratto dall’omonima fiaba di Oscar Wilde, di e con Zsofia Gulyas e Irene Rossi.
È uno spettacolo capace di rivolgersi a un pubblico ampio, e in particolare alle famiglie, senza mai rinunciare alla complessità e alla forza evocativa del teatro. La celebre storia di Wilde diventa un racconto scenico sul valore dell’amicizia, della generosità e del coraggio, ma anche sulla possibilità di cambiare e di lasciarsi attraversare dall’incontro con l’altro.
C’è un gigante che vuole tenere tutto per sé: il suo grande e bellissimo giardino, i suoi alberi, i suoi fiori, la sua primavera. E c’è una bambina, Camilla, che non accetta quella separazione e trova il coraggio di affrontarlo. Sarà proprio lei, attraverso un incontro che diventa lentamente trasformazione, a sciogliere non soltanto le nevi perenni che hanno imprigionato il giardino, ma anche il gelo che ha invaso il cuore del gigante.
In scena la fiaba prende corpo attraverso una molteplicità di linguaggi: trampoli, nastri circensi, maschere, danza, oggetti trasformati e reinventati costruiscono davanti agli occhi degli spettatori un universo fantastico, nel quale la narrazione procede per immagini, movimento e metamorfosi. Un teatro fisico e immaginifico, capace di parlare ai più piccoli e, nello stesso tempo, di restituire agli adulti la dimensione originaria della fiaba: quella di un racconto apparentemente semplice che custodisce domande profonde.
Fondato nel 1976 da Pino Di Buduo e Silvia Marcotullio, il Teatro Potlach è una delle compagnie storiche del teatro di ricerca italiano. Nel corso di quasi cinquant’anni ha sviluppato un’intensa attività in Italia e all’estero, intrecciando ricerca teatrale, pedagogia, formazione, lavoro con le comunità e sperimentazione negli spazi urbani. Al centro del percorso del Potlach c’è da sempre l’idea del teatro come luogo d’incontro: un’arte capace di uscire dai propri confini, di attraversare territori e comunità, di mettere in relazione persone, culture e linguaggi differenti. Non è dunque casuale che a San Salvi tornino oggi due attrici storiche della compagnia, Zsofia Gulyas e Irene Rossi, portatrici in scena di una lunga esperienza maturata proprio all’interno di questa storia.
Per Il gigante egoista i Chille hanno scelto inoltre di proporre agli iscritti alla mailing list o al broadcast WhatsApp l’ingresso…gratuito!
Il giorno successivo, mercoledì 16 settembre alle ore 21, San Salvi cambia completamente paesaggio. È la volta del Teatro del Lemming di Rovigo con L’urlo e altre falistre, dove il teatro è rito e la parola, ferita. Uno spettacolo di e con Massimo Munaro e Marco Munaro.
Qui tutto sembra sottrarsi alla dimensione spettacolare. Se il Potlach costruisce un mondo attraverso il corpo, gli oggetti, i colori e la molteplicità dei linguaggi, il Lemming sceglie una strada radicalmente diversa: in scena due fratelli, un attore e un poeta; nessuna scenografia, nessun colore, nessuna azione nel senso tradizionale del termine. Soltanto parole, suono, memoria e voci.
È una scena spogliata, quasi nuda, nella quale proprio l’assenza diventa spazio d’ascolto. La parola non serve a raccontare semplicemente una storia: diventa materia, ritmo, respiro. Si deposita nella memoria, riemerge, si interrompe e ritorna. E in questa dimensione rarefatta lo spettatore è chiamato non tanto a “guardare” quanto ad ascoltare, a lasciarsi attraversare da una successione di immagini interiori.
L’urlo e altre falistre è una storia raccontata per “intermittenze del corpo”: lampi, frammenti, improvvise accensioni di verità che attraversano il corpo, il tempo e la memoria. Un viaggio che si muove tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi, tra la perdita e la possibilità di ritrovare ciò che sembrava definitivamente scomparso.
Al centro del lavoro ci sono due nuclei tematici che si richiamano e si contraddicono: la morte dell’infanzia e dell’adolescenza e, insieme, l’infanzia e l’adolescenza ritrovate. È un attraversamento di zone profonde dell'esperienza, una discesa nell’Ade e nell’inconscio compiuta “da vivi”, perché si è rischiato di essere morti. Non un viaggio nostalgico, dunque, ma un confronto con ciò che resta quando le età della vita sembrano essersi consumate e, proprio per questo, possono forse tornare a parlarci.
La presenza dei due fratelli rende il lavoro ancora più radicalmente personale. Massimo Munaro, fondatore e direttore artistico del Teatro del Lemming, è in scena accanto al fratello Marco Munaro, poeta. Teatro e poesia si incontrano così in uno spazio essenziale, dove la relazione tra le due voci diventa essa stessa drammaturgia: una conversazione, un confronto, una memoria condivisa, ma anche una ricerca sulle possibilità della parola quando viene affidata alla scena.
Nato nel 1987, il Teatro del Lemming ha costruito negli anni una delle esperienze più originali e rigorose del teatro di ricerca italiano. La sua ricerca ha messo radicalmente in discussione la tradizionale separazione tra attore e spettatore, interrogando il rito teatrale, la partecipazione, la percezione e il ruolo stesso di chi assiste. In molti dei suoi lavori lo spettatore non è un semplice destinatario dello spettacolo, ma diventa parte dell’esperienza, presenza necessaria affinché il rito possa compiersi.
È una ricerca che ha trovato riconoscimento anche oltre i confini nazionali e che, nel corso dei decenni, ha mantenuto una forte coerenza: riportare il teatro alla sua dimensione originaria di esperienza condivisa, di luogo nel quale qualcosa accade realmente tra corpi, voci e persone.
A San Salvi arriva dunque un lavoro che sembra nascere proprio dalla necessità di interrogare ciò che il teatro può ancora essere quando tutto ciò che non è essenziale viene eliminato. Rimangono due voci, una memoria, un legame di sangue e una domanda: che cosa significa tornare vivi là dove, almeno una volta, ci siamo sentiti morti?
Per questo spettacolo l’ingresso costa: intero € 12 – ridotto Coop/Arci/CGN € 10 – ridotto gruppi € 5.
Per entrambi gli spettacoli (Potlach e Lemming) i posti sono limitati con prenotazione vivamente consigliata: 335 6270739 (anche WhatsApp) – info@chille.it.
Così a San Salvi, ecco due serate, due idee di teatro. Il dittico proposto dai Chille diventa così anche un piccolo viaggio nella storia e nel presente della ricerca teatrale italiana. Il Potlach sceglie la via della fiaba e della meraviglia: il corpo si trasforma, gli oggetti prendono vita, la scena si apre all’immaginazione e il teatro diventa un luogo nel quale anche i più piccoli possono incontrare domande grandi. Il Lemming, al contrario, procede per sottrazione: cancella il superfluo, lascia spazio alla parola, alla voce e alla memoria e trasforma la scena in un luogo quasi rituale, nel quale il pubblico è chiamato a un ascolto profondo.
Due compagnie, dunque, due generazioni della ricerca, due poetiche apparentemente lontanissime. Eppure, unite da una stessa necessità: fare del teatro un’esperienza viva, non ripetibile, capace di creare un incontro reale tra chi è in scena e chi guarda.
È forse proprio questo il filo che lega Potlach e Lemming, e che li conduce naturalmente a San Salvi in compagnia dei Chille: la convinzione che il teatro non sia soltanto uno spettacolo da vedere, ma un luogo da attraversare. Un luogo nel quale una fiaba può sciogliere il gelo di un cuore e una parola può riportare alla luce ciò che credevamo perduto.